Davide Cantarello, quando il campione decide di insegnare ai cestisti in erba

TRIESTE Allenare i ragazzi è uno stimolo continuo perché ti mettono ogni giorno in difficoltà. Non c'è solo la pallacanestro, devi cercare di essere psicologo, rispettare le diverse esigenze ed essere pronto a dare risposte a 360 gradi».
Davide Cantarello racconta così il suo rapporto con i giovani, un lavoro che dal 2013, anno in cui ha conseguito il patentino di allenatore nazionale, lo ha visto calarsi nella parte di istruttore. Ha scelto il San Vito per portare la sua infinita esperienza di giocatore, un gigante del basket che una volta appese le scarpette al chiodo ha deciso di trasmettere quel patrimonio di informazioni maturato in una carriera infinita.
«Ed è la cosa più difficile - sottolinea l'ex pivot della Stefanel - perché per quanta strada tu abbia fatto da giocatore e per quante cose tu abbia imparato in carriera, riuscire a trasmettere quello che sai è molto complicato. Devi metterti in discussione, devi essere pronto ad affrontare situazioni nuove: io, complice anche l'impegno preso con la nazionale, cerco di studiare per tenermi aggiornato sulle metodologie da portare in campo».
Un lavoro, quello cominciato più di sei anni fa, che lo ha visto fare una iniziale gavetta. «Non ho cominciato subito - ricorda Davide con la modestia che da sempre lo contraddistingue -, volevo capire se ero tagliato per stare in palestra con i giovani. Una cosa è giocare, un'altra è allenare, volevo vedere se ero capace di trasmettere qualcosa: una volta capito che si poteva fare ho deciso di intraprendere questa strada».
Soddisfatto dell’attività che sta portando avanti? «Faccio una premessa, l'argomento "mondo giovanile" a Trieste è sempre molto delicato. Io mi considero un allenatore diverso dagli altri non da un punto di vista tecnico, naturalmente, ma da un punto di vista dei rapporti personali. Ho feeling con tutte le società, cerco di mettere la mia esperienza a disposizione di chi me lo chiede perché credo sia giusto cercare di collaborare il più possibile. Da un punto di vista del lavoro, essendo in una società che non fa selezione, la mia più grande soddisfazione è veder migliorare i ragazzi nel corso della stagione. Finire l'anno vedendo che i ragazzi sono in grado di fare cose che all'inizio dell'anno non facevano è sempre gratificante».
Un mondo, quello giovanile, cambiato rispetto ai tempi in cui Cantarello aveva iniziato la sua carriera da giocatore. «Sono passati più di trent'anni - conclude - ed è normale che sia così. I nostri giovani oggi hanno mille opportunità, più di quante ne avevamo noi, per cui diventa complicato e sarebbe sbagliato fare paragoni. Ai miei tempi, finito l'allenamento, si andava in campetto a giocare, adesso le possibilità si sono ampliate. C'è una varietà di impegni che rendono il basket solamente una delle attività dei nostri ragazzi e, va detto, meno male che è così».—
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