Gattuso ne fa 40: «Al Milan per restarci»
Ringhio: «I miei giocatori devono capire che Milanello non è una beauty farm»

AC Milans head coach Gennaro Gattuso catches a ball during the Serie A soccer match between AC Milan and FC Crotone at the Giuseppe Meazza stadium in Milan, Italy, 6 January 2018. Ansa/Daniel Dal Zennaro
MILANO. A 10 anni «per le vie di Schiavonea, con il pallone fra i piedi, un sopracciglio spaccato, sporco di polvere»; a 20 a Glasgow, incontrava la futura moglie Monica e giocava «in una squadra da sogno, davanti a 50mila persone»; a 30 diventava campione del Mondo con il Milan dopo esserlo stato in nazionale. E un decennio dopo Rino Gattuso taglia il traguardo dei 40 da allenatore della squadra con cui ha vinto tutto. Con l'idea di tenersi stretta la panchina. «Da giocatore mi divertivo di più, allenare è un peso di responsabilità. È riduttivo dire che voglio restare, ma so che in questo momento bisogna fare risultati», spiegal'ex centrocampista, promosso a fine novembre dalla Primavera alla prima squadra dopo l'esonero di Vincenzo Montella. «La nuova società ha investito moltissimo - continua -. Mi ha dato grande responsabilità e fiducia, da parte mia c'è grande rispetto e farò di tutto per continuare. Ma non voglio essere un peso per il Milan, anzi. Sono l'ultimo problema. È normale che mi piacerebbe continuare, mi sento a casa mia, con ancora più responsabilità nei confronti del club rispetto a quando giocavo». Per ora il bilancio è di 3 sconfitte, 2 pareggi e 3 vittorie, inclusi il derby di coppa Italia e l'ultima in campionato che ha riavvicinato la squadra alla zona Europa League. «Dobbiamo proseguire lavorando, non pensare che Milanello sia una beauty farm dove si viene a passare il tempo», sottolinea Gattuso: «Tanti hanno i piedi buoni ma spesso non giochiamo da squadra. A volte si pensa che un giocatore come Suso, o potrei fare altri nomi, non possa rincorrere l'avversario. Tantissimi campioni rincorrono l'avversario fino alla difesa, i giocatori forti devono sacrificarsi. Solo con palleggio e tecnica non si va da nessuna parte. Se pensiamo di essere belli e bravi la strada è ancora più lunga. È doveroso migliorare la classifica». Gattuso non può lamentarsi invece per la disponibilità del gruppo. «Se avessi chiesto di mettersi gli scarponi e scalare una montagna magari avrebbero detto sì», sorride l'allenatore. Ripercorrendo 13 anni di Milan, non si può prescindere da certi nomi. Ancelotti, «non solo un allenatore, ma anche un amico e un papà». Kakà, che «all'esterno sembrava tranquillo ma era un fijo de 'na ...». Allegri, che «si fa scivolare le cose e non si piange mai addosso. Anche se quando eravamo assieme al Perugia in B, ed era capitano, pensava solo agli affari propri, non aveva regole né filtri», rivela Gattuso, che ricorda le sconfitte più delle vittorie, «perché mi sentivo sempre il primo responsabile».
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