Il giorno che porta bene Generazione 11 luglio (bis)

Domani contro gli inglesi: è la data in cui nell’82 vincemmo il Mundial 
Paolo Brusorio

la storia



Era l’anno del mondiale, una lunga estate calda. Era l’11 luglio, era il 1982. Trentanove anni dopo, la storia del pallone ci strizza l’occhio e ci corteggia buttando lì una data che nell’immaginario è stata tramandata di padre in figlio e che domani può essere aggiornata anche da nipoti. A Londra va in campo una generazione di ragazzi che arriva da lontano e che lontano così forse neanche pensava di arrivare. Gigio Donnarumma si è tuffato per la prima volta nel Club Napoli, la scuola calcio di via Passeggiata Archeologica a Castellamare di Stabia, giocava con i più grandi e i rigori pure li sapeva calciare, ricorda il titolare della scuola calcio. Ora Donnarumma lo vedi così grande e grosso, ma una volta è stato bambino anche lui. La magia di tirare calci a un pallone non ha una regola, Di Lorenzo a 5 anni aveva la maglietta del Valdottavo d Borgo a Mozzano, e ne era orgoglioso. Provincia di Lucca, il borgo si chiama così perché è proprio l’ottavo che si incontra partendo dal capoluogo in direzione Garfagnana, Di Lorenzo ha sempre avuto quel carattere lì, l’imprinting non smentisce mai: Barella, per esempio. La scuola calcio dove cresce è la più antica d’Italia ha un nome che pesa, la «Gigi Riva”, Barella è il più scatenato e lì ci gioca fino a 8 anni, Quando passa al Cagliari, lo chiamano Su “Picciocheddu de Casteddu”, Il ragazzino di Cagliari. Guardatelo domani sera Barella, ne riconoscerete l’energia che metteva da bimbo. A proposito di dna: a Manoppello, una briciola di case in Abruzzo che ha visto morire 23 suoi figli nella tragedia di Marcinelle, c’era un bimbo che si divertiva a fare gli sgambetti agli avversari, che frantumava a i vetri intorno alla piazza dei Caduti, è Marco Verratti. «A 5 anni dava già spettacolo» raccontano non senza orgoglio i dirigenti dell’Arabona Manoppello, la prima società di Verratti. Uno, che ricordiamolo che da Pescara passerà poi al Paris Saint Germain senza mai passare dal via. Dalla serie A. A Pescara con lui c’era Ciro Immobilie che mamma Michela chiamava Seccatiello per via della magrezza. Giocava nel settore giovanile della Maria Rosa, cuore di Torre Annunziata che vestiva la divisa della Salernitana e allora ancora adesso si litigano Ciro. Domani lo Seccatiello sarà in campo, salvo colpi di scena, e al suo fianco ci sarà «il bassino così dicevano in tanti». Lorenzo Insigne si racconta: lui che ha tradito Maradona per le scarpe di Ronaldo il Fenomeno e come si è raccontato in una lunga lettera a The Athletic, «la mia famiglia era povera, io non avevo il fisico, ma quelle scarpe mi facevano volare«. La scuola calcio è quella di Grumo Nevano, il Napoli gli dà un’altra chance e lo imbarca perché un talento così non si può trascurare. Il «tiraggiro» deve ancora arrivare, ma del San Paolo prende le misure da raccattapalle. Jorginho sapeva, cioè lui non lo sapeva, che sarebbe diventato calciatore quando ancora stava nella pancia di mamma Maria Tereza, ex calciatrice dilettante che fece una promessa quella mattina davanti allo specchio: «Se sarà un maschio, farò di tutto per trasmettergli la passione per il calcio: la signora ci è riuscita e non finiremo mai di ringraziarla. Ognuno di questi ragazzi è arbitro del proprio destino, ma senza Carlo Perrone, Bonucci, una volta passato dal Pianiscarano alla Viterbese, non sarebbe mai diventato un difensore mentre uno come Emerson Palmieri, l’azzurro nemmeno l’avrebbe mai visto senza Alfonso Palmieri nato a Rossano, provincia di Cosenza, nel 1853. Discendente del signor Alfonso è la mamma del terzino del Chelsea, Eliana. Emerson è cresciuto nel Santos, la maglia numero 23, la data di nascita del fratello.

Da lì la lunga ricorsa alla maglia azzurra. Più semplice per Giorgione Chiellini, il capitano: a sei anni il figlio di Flavio e Lucia tirava calci nelle strade dell’Ardenza, poi il prato del Magnozzi, alla Pro Livorno Sorgenti. Lo chiamavano il Briegel dell’Ardenza. E già allora non mollava un pallone. Resta Federico Chiesa. In braccio a Papà Enrico gli chiedono chi sarà l’erede di Batistuta. Lui, neanche tre anni, risponde così: «Io». —



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