Lo Duca, il Prof che ha fatto la storia: «Pallamano, un amore nato per caso»

Lasorte Trieste 25 08 05 - Giuseppe Lo Duca - Pallamano Trieste
Lasorte Trieste 25 08 05 - Giuseppe Lo Duca - Pallamano Trieste

TRIESTE

Il giorno dopo la svolta epocale, Giuseppe Lo Duca fa collezione di attestati di stima e affetto. Il “Prof” ha passato la mano, la sua creatura, la Pallamano Trieste, proseguirà con un nuovo organigramma. Una nuova vita. Come capita in questi casi, è proprio nel momento dell’uscita di scena, quando si abbassano le luci, che un mattatore si rende conto di quanto il pubblico gli sia stato affezionato. Standing ovation al centro della scena. Da 54 anni la Pallamano Trieste è Giuseppe Lo Duca.

Prof, come è iniziata?

1996. Ho finito l’Isef. Mi trovano supplenze. C’è questo sport poco conosciuto da far giocare nelle scuole. Cercano insegnanti giovani, motivati. Gioco a calcio, di pallamano so poco. Andavo al mare a Umago e avevo visto qualche partita. Basta per conquistarmi la fiducia. Mi metto a studiare. E quando ne so un po’, inizio a spiegare ai ragazzi della Caprin questa misteriosa pallamano.

E nasce anche una squadra.

Conosco Pino Grio, presidente dell’Unione Sportiva Acli. Parliamo e creiamo l’Us Acli Pallamano. Novembre 1970.

I giocatori vengono reclutati pescando negli altri sport.

Per forza. Gli unici a saper giocare a pallamano sono quelli che arrivano da oltre confine. Convinco sportivi triestini scippandoli alle loro discipline. Arrivano Fuffo Fortunati, Mario Pellegrini...Iniziamo giocando nella palestra delle Acli in via dell’Istria, poi ci spostiamo alla Fiera di Montebello.

Partite alla domenica mattina. Arriva un po’ di pubblico. Trieste scopre la pallamano.

Cominciamo a vincere e a farci conoscere. Il presidente Combatti riesce ad avvicinare Duina. Il re del tubo, lo chiamavano. Presidente del Milan. Aumentano le ambizioni.

E arriva il primo scudetto.

1976. Spareggio con il Volani Rovereto. Avevamo chiuso la stagione in testa a pari punti. A Roma vinciamo 19-18. Rientriamo in treno. Un trionfo.

E Trieste comincia a creare una propria scuola di giocatori. Gli allievi del Prof crescono. Scropetta, Sivini, Calcina, Pischianz. Trieste i talenti se li produce in casa.

Una generazione che ha fatto la storia. Io li chiamo i ragazzi del ’56-57. Hanno confermato che l’intuizione era giusta. Saremmo riusciti a proseguire con le nostre forze.

Si succedono gli sponsor, gli stranieri, gli scudetti.

Dopo Duina, Cividin. Dopo Cividin, Duckevich con il marchio Principe, senza dimenticare quanto ci è stato vicino Gianfranco Gutty con le Generali.

E con Duckevich, come era già accaduto nel basket ai tempi di Zalateo-Lloyd Adriatico, l’identità squadra-famiglia-azienda si rafforza.

Vero. Lo sponsor non è solo un marchio sulle maglie ma diventa anche un’occasione di lavoro per i giocatori triestini.

Nel frattempo, stranieri a parte, arrivano in squadra anche pedine da fuori Trieste. Come un signore dall’accento romano che contribuirà a fare la storia biancorossa.

Finali nazionali giovanili. Mi impressiona un ragazzo. Penso “questo qui è buono, me lo porto a Trieste”. Claudio Schina.

Tra i talenti italiani visti in maglia triestina quale è stato il migliore?

Difficile fare classifiche. Ma Tarafino aveva davvero una classe internazionale.

La società avversaria con la quale ha vissuto la rivalità più accesa?

Contro il Volani Rovereto erano autentiche battaglie. Ma anche contro Prato eh, si lottava fino alla fine...

Il momento più esaltante?

Zagabria. Champions League. Andavamo ad affrontare uno squadrone che poi avrebbe vinto il trofeo. Palazzo stracolmo. I tifosi croati pensavano che saremmo stati travolti. Vincemmo. Pubblico inviperito ma per noi che soddisfazione immensa.

Facile immaginare quale sia stato il momento più amaro di questi 50 anni

L’autoretrocessione. Non avevamo più i mezzi per poter continuare, non restava altro da fare. Sono quelle decisioni che lasciano amarezza.

A parziale consolazione, in quegli anni sono state gettate le basi per un’altra generazione di talenti. E a livello giovanile Trieste è rimasta ai vertici.

Sì, il vivaio non ci ha mai tradito. Anche quella volta siamo risaliti grazie ai nostri ragazzi.

Ha qualche rimpianto?

L’Europa. Abbiamo allestito squadre competitive ma ci è sempre mancata l’esperienza necessaria per fare strada. Avremmo meritato anche maggior sostegno da parte della federazione, dovevamo misurarci contro scuole affermate. Ma non posso lamentarmi.

Diciassette scudetti, sei Coppe Italia. No Prof, non si può lamentare...

Sono stati eccezionali. Ricordo come fosse ieri i tricolori ma anche i Giochi della Gioventù. Perchè se non fossimo riusciti a costruirci la squadra in casa la storia sarebbe stata diversa.

E adesso, Professore?

Adesso ho fatto un passo indietro. Chiudere sarebbe stato tragico. Ci sono persone in gamba, con un progetto da portare avanti, resta l’anima triestina e questa è una garanzia. Io non mi allontano però. Divento il presidente onorario. Penserete mica che mi stacchi dalla pallamano? —



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