Parish, il “Chief” dei Celtics porta il mondo Nba a Trieste

TRIESTE. Quando scende nella hall dell’albergo, improvvisamente cala il silenzio. Gli ospiti posano le valigie e restano a bocca aperta. «Ma quello è...» Intendiamoci, ovviamente i 215 centimetri che...
Di Roberto Degrassi

TRIESTE. Quando scende nella hall dell’albergo, improvvisamente cala il silenzio. Gli ospiti posano le valigie e restano a bocca aperta. «Ma quello è...» Intendiamoci, ovviamente i 215 centimetri che il sessantenne Roberto Parish porta con disinvoltura contribuiscono a non farlo passare inosservato. Quello che è stato uno dei centri simbolo degli anni Ottanta, una delle colonne dei Boston Celtics, è a Trieste come testimonial di lusso della tappa finale dell’Nba 3X Tour.

Parish, fa l’“ambasciatore”?

Sì, partecipo volentieri a queste iniziative per i giovani. Giro il mondo e sono felice di essere in Italia. Gente simpatica, grande cibo.

Un grande campione come vive il rapporto con i ragazzi?

Con gioia. Mi piace l’interazione, il loro entusiasmo. Cerco volentieri il confronto, mi fa piacere vedere ad esempio che i giovani europei conoscono benissimo i protagonisti del campionato “pro”. E ammetto che mi fa piacere vedere ragazzi che mi riconoscono anche se sono 17 anni che ho smesso di giocare.

Guardi che i suoi Boston Celtics e i duelli con i Los Angeles Lakers hanno esaltato generazioni di appassionati anche in Italia...

Erano altri tempi ma ancora adesso mi rendo conto di aver fatto parte di qualcosa di davvero importante. I miei Celtics erano una squadra di talento, esperienza, vincevamo molto e ovviamente questo ci ha reso memorabili ma, credetemi, era soprattutto un gruppo di gran brave persone.

Quanto vivevate la rivalità con i Lakers di Magic Johnson e Kareem Abdul Jabbar?

Eravamo nemici sul campo ma si trattava di una rivalità ingigantita da diversi fattori. I due club erano avversari dai tempi di Bill Russell e Wilt Chamberlain, tra Larry Bird e Magic c’era un rapporto di odio-amore che risaliva ai tempi del college...

Ogni tanto anche i general manager Nba prendono cantonate mica da ridere. É finito ai Celtics dai Golden State Warriors con Kevin McHale. Come sarebbe stata la sua carriera senza quell’operazione di mercato?

Molto differente (ride di giusto, ndr). Ci avevano mandato a Boston per poter prendere come prima scelta Joe Barry Carroll...Beh, a noi è andata bene.

Dopo aver giocato per anni con Larry Bird, a fine carriera ha militato anche nei Chicago Bulls di Michael Jordan, vincendo un titolo Nba.

Bird e Jordan erano due leader ma in modo differente. Larry era tranquillo, mai presuntuoso, si impegnava a fondo perché voleva essere da esempio. Jordan viveva lo sport come una sfida. E sfidava tutti, anche verbalmente.

Nella prossima stagione saranno 4 gli italiani nella Nba. Cosa pensa di Bargnani, Belinelli, Gallinari e Datome?

Datome devo ancora vederlo. Gli altri hanno avuto un ottimo impatto nella lega, si sono abituati a quel mondo. Gallinari mi piace molto, migliora ogni anno.

Parish, ma è vero che non nascono più centri come quelli della sua generazione?

Ma no, anzi. Ci sono più talenti atletici adesso. E c’è anche più incertezza. Ai miei tempi le grandi squadre erano tre-quattro. I miei Celtics in fondo sapevano che per l’anello Nba dovevano vedersela sempre con i soliti. I Lakers, i Sixers e i Pistons.

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