Pischianz, un vero mito «Tutta la mia carriera è stata figlia della volontà»

Il terzino triestino è stato per due decenni il bomber italiano Sabato scorso, a 62 anni, il ritorno da spettatore a Chiarbola



È stato per due decenni il bomber della pallamano italiana, un incubo per le difese del massimo campionato.

Roberto Pischianz, che ora ha 62 anni, compiuti lo scorso 3 settembre, fa parte della storia sportiva di Trieste. Sabato scorso il suo ritorno a Chiarbola dopo anni d'assenza ha portato fortuna. Dopo aver posato per la foto celebrativa con le vecchie glorie protagoniste di tanti successi alabardati, l'ex terzino si è fermato sugli spalti per assistere al successo dei ragazzi di Carpanese contro il Cassano Magnago. Nella sua personale bacheca - oltre a 70 presenze in Nazionale - nove scudetti vinti dal 1973 al 1990 con qualche coppa Italia servita di contorno, 348 partite giocate e 2427 gol segnati con l'alabarda sul petto.

«Calcio con il Giarizzole e basket con il Lloyd Adriatico: sono i miei ricordi di gioventù. Poi, ero alle medie, il professor Lo Duca mi sceglie per giocare a pallamano. Inizio in porta - racconta Pischianz - ma tra i pali mi sento ingabbiato. Nel 1973 faccio il mio ingresso in Fiera, ala sinistra, riserva del compianto Calcina. L'anno successivo si infortuna Gerebizza e a Bressanone entro in campo da terzino. E comincia la mia carriera». Un percorso lungo e ricco di soddisfazioni, quello intrapreso da Pischianz, esempio di tenacia, perseveranza, capacità di sacrificarsi. «Una carriera figlia della grande volontà di emergere: il lavoro occupava tutta la giornata, non avevo la macchina ma prendevo il bus per allenarmi la sera poi tornavo a casa a piedi fino a piazzale Valmaura. Cena a mezzanotte, al mattino sveglia alle 6.30 per un'altra giornata di lavoro».

Sacrifici che fruttano risultati. Pischianz vive del suo talento e di un fisico che gli permette di eccellere. «Sin da piccolo, il primo insegnamento che mi hanno dato e che mi è servito anche nella vita è stato "cerca di rubare con gli occhi". Poterlo fare osservando giocare gente come Miljak (campione olimpico a Monaco 1972, ndr) è stato certamente un bel passe-partout per scardinare le difese avversarie. Ho sempre avuto compagni di squadra forti e di talento, magari fuori dal campo ognuno aveva la sua vita ma quando entravamo in campo la magia che ci legava è sempre stata qualcosa di speciale. Per quella maglia, per i colori di Trieste abbiamo sempre dato tutto». —



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