Ipotesi Roma, i tifosi della Pallacanestro Trieste: «Ci è crollato il mondo. Ma non perdoniamo il silenzio»

La lettera aperta della Curva Nord al presidente Matiasic è il grido di chi ha memoria

Lorenzo Gatto

C’è un’espressione che nella Trieste del basket è diventata un mantra, un marchio di fabbrica e una promessa: "farne parte". Non solo uno slogan di marketing per la campagna abbonamenti ("be part of it"), ma un invito a ricostruire un’identità collettiva attorno ai canestri del PalaRubini.

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Il pubblico biancorosso del PalaRubini

E la città, come spesso accade quando si parla di pallacanestro, ha risposto presente: 4729 cuori che hanno sottoscritto un patto con la società di Paul Matiasic, portando la media presenze a cifre da capogiro, seconde in Italia solo a quelle di Milano. Oggi quel patto sembra scricchiolare sotto il peso delle indiscrezioni che arrivano da Roma, voci di un possibile trasferimento del titolo sportivo che hanno trasformato l’entusiasmo in preoccupazione.

La lettera aperta della Curva Nord al presidente non è contestazione, è il grido di chi ha memoria. «A noi in realtà non interessa granché di questi numeri: perché a noi basta esserci, sempre, tifare i nostri colori, tanti o pochi, sempre per infinito amore verso la Pallacanestro Trieste».

È la dichiarazione di una tifoseria che non si compra con le statistiche, ma con la stabilità. Per questo, l’approdo di una proprietà solida era stato vissuto come la fine di un lungo esilio. La Curva riconosce il merito di aver toccato "le corde giuste", portando nell’anno del cinquantenario un sogno europeo e, soprattutto, la fine di quella "paura di che cosa succederà a fine anno".

Tuttavia, proprio questa ritrovata serenità oggi rende il colpo più duro da digerire. Il solo pensiero che il titolo sportivo possa volare verso la Capitale ha riaperto ferite che a Trieste non si sono mai rimarginate del tutto. «In un momento ci è caduto il mondo addosso - continuano i tifosi della curva - ogni generazione ha rivissuto il proprio dramma, la propria delusione, il momento esatto in cui il sogno si è infranto, rievocando spettri che portano i nomi della fuga di Stefanel, del fallimento, dell’ascesa e caduta dell’era Alma».

L’umore che emerge dal comunicato è un misto di sconcerto e delusione, non tanto per le voci in sé quanto per la gestione del silenzio. La Curva rimprovera alla presidenza una distanza atlantica non solo fisica, ma comunicativa. «L’attesa di un gesto, di una telefonata che rimettesse tutto a posto, è andata delusa, e quel silenzio di 24 ore ha permesso al fuoco del sospetto di diventare incontrollabile».

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Il presidente della Regione Friuli Venezia Giulia, Massimiliano Fedriga

Nemmeno la nota ufficiale della società ha convinto: i tifosi la definiscono con amaro sarcasmo come il tentativo di "salvare un tir in fiamme con un piccolo estintore". C’è la consapevolezza che, se si è davvero parte di una "famiglia", non si può rispondere con il freddo distacco burocratico del "non riteniamo di dover rispondere".

Il punto di rottura, o di possibile rinascita, sta tutto in una richiesta di trasparenza brutale: la smentita di un incontro fisico, di una trattativa concreta con le istituzioni romane. «Ce lo deve dire chiaramente che dal sindaco di Roma a parlare del passaggio del titolo sportivo nella capitale non c’è mai andato». È qui che si gioca il futuro del rapporto tra la proprietà e la città. I tifosi sono disposti a perdonare errori tecnici, scelte di mercato sbagliate o sconfitte sul campo ma non possono accettare l’incertezza sull’esistenza stessa del club. Nonostante l’amarezza, la mano resta tesa. La chiusura della lettera è un atto di amore e, al contempo, un ultimatum emotivo. La città vuole tornare a pensare ai play-off, al derby, alle sfide europee a Praga. Vuole che questo febbraio sia solo un brutto ricordo e non l'inizio di una "lenta agonia". Il pallone ora è nelle mani della società: Trieste è "sempre qua", pronta a fare la sua parte, ma chiede in cambio la verità. Perché, come ricorda la Nord, dopo cinquant'anni di sofferenze e rinascite, la dignità di una piazza non è merce di scambio.

 

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