Un derby solo per la Juventus, Toro seduto Cavalcata bianconera: +7 sulla seconda

Stracittadina numero 200 ai bianconeri. Sblocca Dybala, poi non c’è storia. Scudetto più vicino Per i granata classifica ancora difficile: fondamentale battere il Brescia per evitare guai nel finale

Senza storia. Come prevedibile. Anche se il Toro mostra personalità e cerca, finché può, di scalare la partita. Subito in salita perché Dybala è un prestigiatore e la leggerezza difensiva arma Cuadrado in contropiede, riaccesa da Belotti su rigore e sigillata da Ronaldo su puniziome dopo due anni e 43 tentativi finiti in curva o sulla barriera. In capo a un derby anomalo, immerso nel silenzio e condizionato dal caldo, la Juventus rinsalda così il primato solitario (+7 sulla Lazio), superando il primo ostacolo d’un trittico delicatissimo (adesso avrà Milan e Atalanta), mentre i granata, più che mai, devono guardarsi le spalle e preoccuparsi di non sbagliare con il Brescia.

Tra i bianconeri, rispetto a Genova, l’unica novità è il recordman Buffon. In mediana Rabiot continua a essere preferito a Matuidi, davanti è ancora Bernardeschi a completare il tridente con Dybala e Ronaldo. Più profondo il maquillage di Longo, che disegna il 3-4-2-1: rilancia Izzo e (ahi ahi) Lyanco in difesa, colloca Verdi e Berenguer dietro Belotti. Il progetto prevede di intrappolare la Juve nella pressione e sguainare l’offensiva con due trequartisti tra le linee, ma tutto si complica dopo appena tre minuti quando Dybala riceve da Cuadrado, aggira Lyanco e infilza Sirigu eludendo Izzo che tocca pure. Brutto colpo, ma il Toro non s’abbatte e prova a imbastire una reazione: riesce a strappare alla Juve il possesso, raccatta angoli e spinge a sufficienza, però inciampa nell’ultimo tocco e non impensierisce mai Buffon. Quando lo fa, con un diagonale di Verdi respinto, la frittata sembra fatta perché Cuadrado ha appena firmato il raddoppio: l’imbecca Ronaldo, dopo una lunga ripartenza, lui buggera il recidivo Lyanco (ma perché Nkoulou sta fuori?), e scarica in porta. Invece non finisce qui, un rigore nel recupero del primo tempo riapre tutto: Maresca, attraverso la Var, assegna infatti un rigore per mani di De Ligt in area su tiro di Verdi e Belotti, dal dischetto, non sbaglia.

In avvio di ripresa, due cambi ravvicinati bianconeri: Matuidi per Pjanic, con Bentancur spostato in regia, e Douglas Costa, vivacissimo, per il gambero Bernareschi, un passo indietro dopo i recenti bagliori. Nel mezzo, segna Verdi irrompendo su una traversa del Gallo che però è in fuorigioco e così l’arbitro cancella. La Juve accusa il ritorno granata, è nervosa per il rigore e smarrisce un poco il controllo, il Toro spera ma Ronaldo l’inchioda indovinando finalmente una parabola da fermo. Nemmeno adesso, per la verità, gli uomini di Longo si disuniscono, ma la manovra è blanda e i rischi in contropiede serissimi (lesto Sirigu su Dybala), giusto chiedere freschezza a Millico ma sfugge perché venga sacrificato Verdi, tra i più attivi. Cambia nulla, comunque: mai il Toro offre la sensazione di poter riaccendere il match davanti a una Juve ben organizzata, talentuosa e disivolta, la cui classe abbaglia di più man mano che le squadre cedono alla stanchezza, difatti non solo non accorcia ma cade ancora, stavolta non per fragilità ma per sfortuna, con un’autorete clamorosa di Djidji appena entrato. Il fatto è che la differenza tecnica, riflessa in classifica: 44 punti - è abissale e nemmeno l’illogicità del derby può mascherarla. —

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