E Sibilla si innamorò del mago

di ALESSANDRO MEZZENA LONA
Da scrittrice, Sibilla Aleramo credeva nella forza della parola, da donna nell’amore vissuto senza porsi limiti. Al di là delle convenzioni. Da aspirante mago neopitagorico, Giulio Parise provava a scrollarsi di dosso il peso della sua bellezza del tutto carnale. Dimenticando il corpo per dedicarsi allo spirito. Insieme, costruirono una storia di passione e magia che venne reinventata dall’autrice di “Una donna” in un romanzo epistolare bello e disperato: “Amo dunque sono”.
E proprio questo piccolo gioiello letterario è tornato nelle librerie nella nuova edizione Feltrinelli (pagg. 125, euro 7). Purtroppo senza essere accompagnato da un’adeguata introduzione (ma solo da una scarna nota nel retrocopertina) che racconti gli autentici, tormentati retroscena che hanno generato questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1927.
E allora, forse, prima di leggere il libro di Sibilla Aleramo, la Marta Felicina Faccio detta Rina di Alessandria che ha attraversato il Novecento italiano con tutta la forza passionale del suo talento di scrittrice, sarebbe meglio andare a recuperare un romanzo passato un po’ inosservato. L’ha scritto Simone Caltabellotto, editor e narratore, si intitola “Un amore degli anni Venti”, lo pubblica la casa editrice Ponte alle Grazie (pagg. 245, euro 15). Nasce dalla curiosità, durata anni e solo in gran parte soddisfatta, per una storia che non era mai stata raccontata. Quella dell’amore fortissimo, tormentato, complesso tra la scrittrice Sibilla Aleramo, affascinante cinquantenne sempre pronta ad aprire il suo cuore alla passione, e il giovane esoterista Giulio Parise, che allora aveva 23 anni. Ed era conosciuto nei salotti romani per la bellezza e l’abitudine a concedere spesso e volentieri la visione del suo corpo statuario.
Una storia che era ormai destinata all’oblio. Anche perché Giulio Parise, dopo lo scandalo seguito alla pubblicazione di “Amo dunque sono”, in cui compariva con il nome di Luciano, aveva scelto di rientrare nell’ombra. Diradando sempre più gli incontri con Sibilla, concentrandosi sugli studi esoterici. Consacrando tutta l’ultima parte della sua vita all’insegnamento. Tanto da pubblicare alcuni manuali di stenografia per studenti in cui rivelava i segreti «dell’arte di scrivere il meno possibile». Spiegando ai neofiti come sottrarre parole, lui che aveva sottratto se stesso alla luce del mondo.
Erano gli anni, quelli tra i Dieci e i Venti, in cui un gruppo di intellettuali italiani sognava un ritorno alla tradizione iniziatica. Una contrapposizione tra neopaganesimo, conoscenza pitagorica e cristianesimo. E dietro figure di riferimento come Amedeo Armentano, il maestro incognito della Scuola Italica, e Arturo Reghini, l’illuminato matematico, spuntavano giovani brillanti dalle idee controcorrente come Giulio Cesare Andrea Evola, lo Julius che avebbe scritto in seguito opere inquiete e inquietanti come “Rivolta contro il mondo moderno”, “Sintesi e dottrina della razza”, “Il mistero del Graal”, e Giulio Parise.
Il primo incontro avvenne nella primavera del 1925. Architettato dalla marchesa Livia Picardi per distrarre l’amica Sibilla da un periodo particolarmente tormentato a causa della sua relazione con Evola. Che nel suo scritto, dal titolo eloquente “La donna come cosa”, concedeva al mondo femminile lo stato di non-Io, inferiore ovviamente all’Io maschile. Giulio era giovane, affascinante, «con un’aria fatale da idolo», riluttante a farsi coinvolgere da una storia totale come avrebbe desiderato la scrittrice. Lei («piccola, esile, elegante» come si descriveva in “Amo dunque sono») aveva alle spalle una serie di amori importanti: da quello per Giovanni Cena alla tormentatissima liaison per uno dei più geniali poeti del ’900 italiano: il Dino Campana dei “Canti orfici”, che avrebbe consumato gran parte della propria vita in manicomio.
Caltabellotta sa raccontare con puntualità e partecipazione il tormento di Sibilla, che prova tutte le vie per conquistare il cuore e il corpo di Giulio. Tanto da sottoporsi alle “prove” che lui le suggerisce per avvicinarlo su un piano astrale. Tentativi di sintonia esoterica che lei trasformerà in grandi pagine di letteratura. E attorno a questa storia tormentata, lo scrittore ricostruisce le illuminazioni, le beghe e le meschinità che portarono alla nascita e alla dissoluzione del Gruppo di Ur. Uno dei circoli magici più interessanti e misteriosi dell’Italia nell’era moderna, che lavorava per creare “catene” spirituali che potessero modificare il deludente divenire della realtà. Visto anche che il fascismo stava per scendere a patti con il Vaticano.
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