La diagnosi di Camerini «Il Fondo Trieste ci ha fatti ammalare»

«In quei miliardi a pioggia l’origine dell’assistenzialismo Colpa della politica. È mancata una visione di sviluppo»
Di Fabio Dorigo
sterle trieste conferenza stampa dell'ulivo
sterle trieste conferenza stampa dell'ulivo

«Una cifrona enorme». Fulvio Camerini non crede ai suoi occhi. Il medico cardiologo, 86 anni, senatore dal 1996 al 2001 per l’Ulivo, fatica a mettere in fila i 6.200 miliardi erogati in 57 anni dal Fondo Trieste. Saranno anche vecchie lire, ma è un assegno enorme. Una pioggia di soldi. Appunto. E la natura di pioggia è parte del problema. Camerini ne sa più qualcosa. Nel 1999 riuscì, con un blitz in Parlamento dove era in discussione la Finanziaria, a incrementare la quota annuale di 5 miliardi riportando il Fondo Trieste alla quota storica di 60miliardi di lire. L’obiettivo era finanziare il completamento della Grande viabilità triestina per il tratto Padriciano-Cattinara. E sono solo 5 miliardi su 6.200.

Il Fondo Trieste è servito davvero a Trieste?

Era giustificato in un certo periodo storico, tenuto conto della condizione periferica della città a ridosso della cortina di ferro. Alcune opere sono state realizzate. Ed è stato importante anche per la vita culturale della città.

Un risarcimento storico?

Trieste, con il ritorno all’Italia, ha vissuto un lungo periodo di depressione economica.

Tutti soldi spesi bene?

Metterei anch’io un punto di domanda. Difficile affermare che tutti questi soldi siano stati spesi in modo oculato. Uno degli ultimi contributi, per esempio, è stato inghiottito dall’Antica Diga che è stata una fonte di problemi.

Più che una distribuzione dei soldi si potrebbe parlare di una spartizione...

È stata indubbiamente favorita una distribuzione a pioggia dei contributi: un poco a te e un poco a me. È una critica che deve essere fatta alla politica. Un modo sbagliato di agire.

In che senso?

La politica deve fare delle scelte. Deve dire sì e deve dire no. E questo sì o no deve essere basato su progetti veri.

Il contrario di quello che è successo.

L’inverso dei tagli lineari che tagliano tutti un poco. Con il Fondo Trieste si è finanziato tutti un poco. È stata una pioggia. Per accontentare tutti.

Cosa è mancato?

Una visione strategica. Il finanziamento di pochi grandi progetti per lo sviluppo economico. Qualcosa che ora la città sta scontando pesantemente.

E di chi è la colpa?

Della politica.

Gianfranco Gambassini ha dichiarato che «tutti questi soldi non sono serviti a niente...»

Ha ragione. Queste risorse avrebbero dovuto modificare in maniera sostanziale la città dal punto di vista economico. Dovevano servire al suo sviluppo, non ad accontentare qualcuno. Una questione che ha avuto anche una ricaduta psicologica...

Siamo alla psicopatologia...

La paralisi della creatività e della produttività. Tipica dei luoghi dove ci si abitua all’assistenzialismo. È il caso di Trieste. Bloccata. Ferma. Un conservatorismo diffuso.

La medicina del Fondo Trieste ha fatto più male che bene...

Ho paura di sì. Ha stabilizzato il paziente. Rimanendo nella Sanità. Negli anni ’60 la buona borghesia triestina andava a curarsi in Svizzera. Era più semplice che far migliorare o crescera la sanità qui.

Problema di conservatorismo...

Non si è mai voluto cambiare nulla. Ospedale Maggiore e Porto Vecchio non si toccano, era lo slogan della Lista per Trieste, per esempio.

Bruno Marini ha rivelato che nel 2003 fu fatto sparire il libro sul Fondo Trieste per non far sapere a Roma quanti soli erano arrivati a Trieste...

(ride) Ho letto. Questa è la grande politica triestina. Le grandi visioni della politica triestina.

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