Peacekeeping al Congresso di Vienna

Due secoli fa le trattative che ridisegnarono l’assetto dell’Europa garantendo anni di pace
Di Brian Vick

di BRIAN VICK

Gli anniversari, e soprattutto i centenari, sono occasioni straordinarie per riflettere sul significato più ampio e a più lungo termine degli eventi storici. È quindi logico che il bicentenario del Congresso di Vienna abbia avuto la sua giusta parte di attenzione quest'anno e anche l'anno scorso. Il fatto che il ministro degli esteri austriaco, il principe di Metternich, avesse aiutato lo scultore italiano Antonio Canova ed il poeta italiano Vincenzo Monti ad ottenere una pensione non è, probabilmente, il più noto dei risultati politici del Congresso; né è elemento centrale del Congresso il fatto che il rappresentante del Vaticano, il cardinale Consalvi, fosse un assiduo frequentatore del salotto dell'ebrea Fanny von Arnstein. Anzi, nel suo salotto, Consalvi divenne amico di suo nipote, l'ufficiale prussiano Jacob Bartholdy, poi convertito al Cristianesimo e in seguito biografo del cardinale.

Presi in sé, isolatamente, sono episodi irrilevanti, ma se raccolte nella giusta cornice, queste tessere di storia cominciano a comporre un diverso mosaico della politica europea nel grande consesso diplomatico e sociale che ratificò la sconfitta di Napoleone del 1814. Al Congresso di Vienna pesarono, oltre alle cruciali trattative sulla Polonia e la Sassonia, anche la questione del sentimento nazionale italiano, i diritti degli ebrei, la difesa europea contro i corsari Barbareschi nel Mediterraneo, e tutte le numerose discussioni politiche coinvolsero una varietà di protagonisti e di luoghi ben più ampia dei noti statisti e dei loro gabinetti a porte chiuse. Il fatto che Metternich facesse pressione su Consalvi e su papa Pio VII affinché adottassero un ancorché limitato governo costituzionale nel restaurato Stato Pontificio evidenzia la necessità di riconsiderare se le posizioni del Congresso e della diplomazia europea dopo il 1815 fossero davvero totalmente reazionarie. Il Congresso di Vienna contribuì a mettere fine ai ventidue anni di guerra che avevano lasciato milioni di morti sul terreno ed avevano reso necessario ridisegnare buona parte dei confini europei e delle istituzioni politiche. Nel 1814 più di metà della popolazione europea vide affermarsi un nuovo regime, e vide il proprio destino deciso dai grandi d'Europa radunatisi nella capitale austriaca tra il settembre del 1814 ed il giugno del 1815.

A differenza da precedenti riunioni diplomatiche, al Congresso di Vienna non parteciparono solo funzionari di medio livello, ma anche sovrani e statisti di primo piano. Due imperatori, quattro re, ed una legione di sovrani minori degnarono della loro graziosa presenza la residenza austriaca. Portarono con sé i rispettivi entourage militari e diplomatici, buona parte dell'élite sociale e culturale dei loro paesi ed anche alcune grandi dame. Insieme all'austriaco principe di Metternich, al principe Talleyrand di Francia, al britannico Lord Castlereagh, e al Principe Hardenberg di Prussia, anche lo zar Alessandro e re Federico Guglielmo di Prussia seguirono il loro ospite, il Kaiser Francesco sulla scena sociale e diplomatica. Lì, tutti insieme, erano in grado di negoziare faccia a faccia, all'istante, e non dovevano aspettare per settimane che le loro istruzioni o i loro rapporti si facessero strada fra le capitali europee e la sede congressuale, com'era avvenuto, per esempio, a Münster e ad Utrecht rispettivamente nel 1648 and 1713.

In duecento anni la fama del Congresso di Vienna ha conosciuto alti e bassi. Molti, allora e negli anni a seguire, l'hanno definito con sufficienza "il congresso danzante", una grande festa di aristocratici che sottraeva i diplomatici al loro compito vero, quello di negoziare la pace. Altri, soprattutto in Polonia ed Italia, ma anche in Francia e Germania, denunciarono gli autori dei trattati per essere andati contro i desideri di popolazioni che si erano da poco aperte alla politica e desideravano un governo liberale e l'autodeterminazione degli stati nazionali. In retrospettiva, però, molti storici riconoscono al Congresso il merito di aver gettato le basi per un lungo periodo di pace in Europa: sarebbero passati quasi quarant'anni fino alla Guerra di Crimea, e quasi cento fino allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

Oggi è possibile rivalutare la creatività dei risultati degli accordi stretti a Vienna nel 1815. Il trattato di Vienna, se non altro, si presenta molto più favorevole dei trattati di Parigi del 1919-1920 che misero fine ad un altro conflitto di cui stiamo commemorando il centenario. Se è vero che la Lega delle Nazioni fu un nobile tentativo che a livello internazionale giovò più di quanto lasci pensare la sua fama, è anche vero che gli statisti all'opera nel 1919 gettarono i semi della Seconda Guerra Mondiale, che sarebbe scoppiata in Asia e in Europa meno di vent'anni dopo la Prima. L'assetto europeo che emerse dalle trattative di Vienna, invece, fu la base della pace e della relativa stabilità che l'Europa godette per buona parte del XIX secolo. Non va sottovalutato, infine, il fatto che l'atteggiamento conciliante riservato alla Francia sconfitta che nel 1814 era passata dal regime napoleonico alla restaurazione dei Borboni con Luigi XVIII, visto con il senno di poi, fu molto più saggio di quello assunto nei confronti della repubblica di Weimar dopo la resa dell'Impero di Germania nel 1918. Oggi, poi, possiamo valutare il Congresso di Vienna in una prospettiva europea, come uno dei primi tentativi di realizzare delle istituzioni politiche e di difesa europee, con uno spirito cosmopolita di collaborazione internazionale. Le prime mosse dirette a realizzare la libertà di navigazione nelle acque internazionali europee e ad istituire delle commissioni internazionali che la tutelassero hanno preparato la strada alle istituzioni europee fondate sulla cooperazione multilaterale nella seconda parte del XIX secolo.

I trattati non valevano solo per l'importante Commissione Centrale per la Navigazione del Reno, ma anche per il fiume Po, o per le vie d'acqua dei territori polacchi che nel 1815 ritornavano a giurisdizioni separate. Dalle conferenze che riunirono gli ambasciatori a Londra e Parigi, e nei congressi che diedero seguito a quello di Vienna tra il 1816 ed il 1822 nacquero istituzioni di cooperazione multilaterale per la prevenzione o la gestione delle crisi.

Lungi dall'essere una mera questione di politiche di potere e di ripartizione del bottino, i trattati di Vienna e le successive conferenze cominciarono a studiare un sistema di diritti umani e le possibilità di intervento umanitario. Gli statisti dell'epoca affrontarono questioni come l'abolizione internazionale della tratta degli schiavi africani lungo le coste dell'Atlantico, l'interdizione dell'azione dei corsari barbareschi contro l'Europa, la difesa dei diritti degli ebrei che rischiavano ritorsioni nei luoghi in cui tali diritti erano stati ampliati al tempo della Rivoluzione Francese e di Napoleone.

Anche nel momento più drammatico delle lotte di potere per la Sassonia e per il suolo polacco, nel gennaio del 1815, gli stati contendenti seppero collaborare alla stesura di una dichiarazione contro il commercio degli schiavi, e seppero esercitare unanime pressione diplomatica a favore delle comunità ebraiche minacciate di espulsione.

Il Congresso ci appare in tutta la sua sorprendente modernità quando riscopriamo il ruolo di vari attori non governativi: i gruppi di interesse, le attività politiche femminili, la stampa, l'opinione pubblica.

L'importanza di quest'ultima trovò riscontro nelle grandi feste del Congresso, nel vivace mercato di oggetti ricordo d'ispirazione politica e patriottica, nelle stampe colorate, negli spartiti musicali, nei medaglioni, nei vetri e nelle porcellane decorate con dediche commemorative.

Questo "soft power" ('potere leggero') non fu un'invenzione della Guerra Fredda; anzi, certi governi contemporanei dovrebbero rivalutare il beneficio di collaborare con una più vasta cerchia di attori non governativi e di coltivare l'opinione pubblica come fecero i loro predecessori al Congresso di Vienna. Un altro aspetto di pari importanza per la politica e per le relazioni internazionali dei nostri giorni è che il Congresso non fu solo un consesso reazionario di oscura memoria (almeno in Italia): negli anni dal 1814 al 1818 si assistette ad un'incredibile ondata di accordi costituzionali, spesso appoggiati o garantiti a livello internazionale, che avevano lo scopo di rendere più interessanti, o almeno non troppo sgradevoli, i cambiamenti di regime.

Si proclamarono carte costituzionali accompagnate da istituzioni rappresentative in Francia, nei Paesi Bassi (compreso il Belgio) e in Norvegia (che sarebbe diventata parte della monarchia di Svezia), anzi, la costituzione norvegese è tuttora alla base dell'attuale impianto costituzionale del Paese. Statuti di vario genere accompagnarono gli accordi postbellici in Svizzera (che comprendeva nuovi cantoni democratici come il Canton Ticino), a Genova (che diventava parte del Regno di Piemonte e Sardegna), nelle nuove provincie polacche in Russia, Prussia, Austria, nonché in vari stati tedeschi e nelle provincie dell'Impero Austriaco, compresi i possedimenti asburgici nell'Italia settentrionale. Gli architetti dell'assetto europeo emerso a Vienna si resero conto che, soprattutto nelle aree in cui l'esperienza di governo liberale alla francese era durata a lungo, non era possibile ritornare all'assolutismo, e che non si potevano ignorare le aspirazioni delle popolazioni locali. Le forze politiche moderate concordavano nel voler evitare le rivoluzioni che potevano far precipitare l'Europa in guerre come quelle che l'avevano dilaniata per decenni.

L'establishment politico, com'è naturale, vedeva con sospetto i movimenti rivoluzionari, ma al tempo stesso si guardava dalle posizioni contro-rivoluzionarie perché erano potenzialmente controproducenti: una reazione troppo rigida avrebbe potuto scatenare una nuova rivoluzione e mettere a repentaglio la stabilità conquistata a fatica dopo anni di guerra e di sovversione. È importante che il pensiero politico di oggi riconosca che la ricostruzione del dopo-guerra ebbe successo perché non fu solo una ricostruzione economica e materiale, ma anche un rinnovamento sociale e politico. Gli stati dovettero farsi carico delle esigenze di popoli sfiniti dalla guerra, da anni di sacrificio e di sforzo patriottico. Ripensare la nostra visione del Congresso di Vienna e della sua diplomazia può offrire nuovi insegnamenti e nuove prospettive nell'affrontare le attuali problematiche dell'Europa, del Medio Oriente e del resto del mondo.

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