La Trieste poco italiana del “Wall Street Journal”

La città, «bella e inquietante», celebrata da un’altra testata internazionale Dalle citazioni lettararie di Svevo, Rilke e Joyce al debito con Austria e Balcani
Di Fabio Dorigo
Lasorte Trieste 11/08/13 - Piazza Unità, Municipio e Palazzo della Regione
Lasorte Trieste 11/08/13 - Piazza Unità, Municipio e Palazzo della Regione

«Bella e inquietante». E poco italiana. Trieste approda alla ribalta della “bibbia" della finanza internazionale. A celebrarla, stavolta, è il mitico “The Wall Street Journal" nell’edizione online. Un reportage di viaggio di Tara Isabella Burton racconta la città di Svevo e Joyce nelle sue mille sfacettature: dal Caffè Stella Polare al San Marco, dal caffè viennese (sprofondato nella panna) degli Specchi di piazza Unità alla "porzina cheap” del buffet “Da Pepi” (dove si mangia con cinque dollari). Uno stufato dai sapori forti con molti ingredienti, un luogo letterario languido come nessun altro. “A Trip to Trieste: Italy Most Beautifully Haunting City” è il titolo del servizio. Pure un tweet del Consolato americano di Milano che informa dell’uscita dell’articolo: “Trieste nuovamente alla ribalta internazionale: a celebrarla è il WJS”.

La giornalista del “Journal” racconta come la città sia stata fonte di ispirazione letterarie per tanti autori «come Italo Svevo, che qui ha scritto il suo romanzo più importante “La coscienza di Zeno, Rainer Maria Rilke con le sue “Elegie duinesi” a pochi chilometri dalla città, ma anche, e soprattutto, James Joyce che qui ha scritto “Ritratto di un artista da giovane” e “Gente di Dublino”». Una citazione pure per il suo omonimo sir Richard Francis Burton (che ha Trieste ha tradotto “Le mille e una notte” e il Kama Sutra) e Jan Morris che, dopo aver mutato sesso, la elesse a “città del nessun luogo”. Un’identità sulla quale ha riflettuto - racconta - camminando lungo il sentiero Rilke.

«L’incongruenza tra spaghetti e torte Sacher. Trieste un luogo fuori dal Paese e dal tempo. La prima città alla quale potrei veramente appartenere», confessa Tara Isabella Burton ammaliata dai palazzi stile torta nuziale di piazza dell’Unità d’Italia. Oppure dalla bora che soffia selvaggiamente fuori dall’Adriatico che che costringe le vecchie signore ad ancorarsi ai masegni con i bastoni. Non tutto però è meravgilia. Ci sono «gli squallidi condomini della periferia».

Indimenticabile il caffè viennese alla crema agli Specchi che ha preceduto il cocktail “hugo”: «Il cui nome può o non può fare riferimento alla pronuncia triestina della Jugoslavia». C’è anche l’Arco di Riccardo con le sue leggende sul suo improbabile nome: «Una rovina romana chiamata così in onore di Riccardo Cuor di Leone che fu fatto prigioniero sulla strada di ritorno dalle Crociate». Restano lo stupore silenzioso dei caffè, i dialoghi in inglese e italiano origliati al Caffè San Marco. Tutto così poco italiano, contrario al caos del Paese dell’espresso. «È stata la prima volta che ho assistito in Italia a un incontro pubblico dove nessuno interrompeva un altro», scrive la giornalista del “Journal”. E smonta anche il luogo comune sulla malinconia di Trieste e della sua decadenza. Non c’è “tristesse” nella sua indeterminatezza e nella sua cultura letteraria. Forse solo una certa nostalgia per un grande passato dietro le spalle. Colpa di una storia travagliata come raccontano anche alcune vetrate in piazza della Borsa: «Molti dei 200mila triestini, come ho appreso, non si considerano veramente italiani. Appartengono a Trieste e a Trieste solo. Infatti, un piccolo ma impegnato movimento indipendentista chiede il riconoscimento di Trieste come libera città-stato che è stata per un certo periodo (il Territorio libero di Trieste, ndr)». Una visione molto particolare. «Solo formalmente parte d’Italia fin dalla sua annessione nel 1954 - scrive Tara Isabella Burton - è culturalmente debitrice con i Balcani, l’Austria, i veneziani, i greci e gli ebrei».

Alla faccia di quel tenore sentito al Teatro Verdi, assieme a un “pubblico di vedove in vellutti e sete”, che come bis cantò “La campana di San Giusto” (brano musicale patriottico scritto da Giovanni Drovetti e musicato da Colombino Arona nel 1915): «Per le spiagge, per le rive di Trieste / O Italia, o Italia del mio cuore / Tu ci vieni a liberar!».

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