Referendum sulla sanità, i comitati vanno dal giudice

Il sindaco di Rivignano annuncia il «ricorso al tribunale per i diritti lesi dall’aula». E il presidente della Provincia di Udine si schiera al fianco dei “ribelli”
La protesta sotto il Consiglio regionale del 5 luglio 2016
La protesta sotto il Consiglio regionale del 5 luglio 2016

TRIESTE. Una bandiera del Friuli da esporre in segno di protesta. Nell’attesa che un giudice faccia resuscitare i quesiti referendari per l’abrogazione della riforma sanitaria, l’eliminazione delle Uti e l’istituzione di una Regione a doppia autonomia. Quesiti che piazza Oberdan ha incenerito prima in Ufficio di presidenza e poi in aula.

A Udine, in un palazzo Belgrado che Pietro Fontanini non intende lasciare («Non mi dimetto, perché dovrei?»), la presidenza della Provincia di Udine asseconda la ribellione dei comitati referendari. È proprio Fontanini a tuonare «contro l’ingiustizia della maggioranza politica di un Consiglio regionale che fa le leggi e poi decide che i cittadini non le possono contestare». Il riferimento, spiega il presidente dell’ente friulano, è al fatto che «la Regione Fvg è l’unica in cui l’ammissibilità di un referendum viene valutata da un organo politico legislativo. In altri contesti, il quesito viene sottoposto a commissioni fatte da magistrati in quiescenza, docenti universitari, avvocati, ex componenti della Corte Costituzionale, figure con alta e riconosciuta competenza nel campo del diritto pubblico».

 

Trieste, presidio davanti al Palazzo dei Comitati contrari alla riforma sanitaria
Il presidio in piazza Oberdan dei Comitati pro-referendum

 

Di qui la denuncia di «una vera e propria anomalia che svilisce l’istituto del referendum e non tutela la sovranità popolare. Un’anomalia che va risolta». L’obiettivo è riaprire la strada a referendum «importanti, suffragati da raccolte di firme della popolazione e sui quali vanno sentiti i cittadini». Al punto che, giudicate «ridicole» le motivazione dell’inammissibilità, Fontanini invita i comitati a non abbassare la guardia e a ricorrere al giudice. Sollecitazione raccolta senza troppe difficoltà dal portavoce di “Tutti per il Friuli”, il sindaco di Rivignano Marzio Anzil. «La politica ha messo il bavaglio ai cittadini che invitiamo a reagire contro questa decisione antidemocratica - attacca -, una mobilitazione popolare lenta e inesorabile esponendo la bandiera del Friuli. Per ristabilire la democrazia ci sarà anche un’azione giudiziaria con un ricorso al tribunale ordinario competente sui diritti fondamentali che la decisione del Consiglio regionale ha leso». Si insiste in particolare sull’opportunità di chiamare gli elettori a esprimersi sull’istituzione delle due province autonome Friuli e Trieste, «un modello sperimentato con successo e ispirato agli studi dell’onorevole Tessitori che aveva pensato a quest’organizzazione per la regione - rimarca Anzil -. Non si è potuto applicare qui in Fvg ma qualche decennio dopo in Trentino Alto Adige, con il risultato di un territorio che funziona molto meglio a minor costo. Nessun cittadino obietta; certa politica sì».

Continueranno la loro battaglia anche i comitati a difesa degli ospedali e contro la riforma della sanità regionale. «Il nostro era un referendum abrogativo dell’intera legge 17/2014 - ricorda la portavoce Monica Feragotto -, una riforma devastante che sta distruggendo un sistema sanitario regionale eccellente. I cittadini sono in ginocchio, non al centro della legge: vengono utilizzati in molte occasioni come palline di ping pong. Stiamo portando avanti manifestazioni e continueremo a dare informazioni perché solo quando un cittadino è informato è consapevole dei suoi diritti». Nel mirino «la mancanza di rispetto subita il 5 luglio scorso quando ci hanno dato degli incapaci nel portare avanti il referendum. È nostro diritto che la Regione torni sui suoi passi e riveda tutto. Se dovremo, ripresenteremo il quesito referendario per difendere il nostro diritto alla sanità pubblica». A margine la dichiarazione di Fontanini sul proprio futuro: «Il Pd chiede le mie dimissioni? Sono stato eletto democraticamente, il mandato è in scadenza nel 2018. La Provincia ha entrate proprie che non dipendono dalla Regione, non vedo perché dovrei smettere di operare prima del tempo».

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