Vedo il cibo e nel cervello si accende una luce

La ricerca della Sissa sul sistema sensoriale è stata pubblicata dalla Psychonomic Bulletin Review

Nonostante la centralità di questo “concetto” nelle nostre vite, la ricerca ha fatto poco per scoprire l’organizzazione semantica del cibo nel nostro cervello. Una rassegna della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste mette in ordine la conoscenza finora acquisita, inserendola nelle teorie attualmente usate per spiegare la categorizzazione semantica. L’approfondimento offre un inquadramento concettuale utile alla ricerca futura, anche per mettere alla prova le diverse teorie. Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Psychonomic Bulletin Review.

È sorprendente che, nonostante il cibo sia un elemento centrale delle nostre vite, le neuroscienze abbiano dedicato finora pochi sforzi nel comprendere come questo venga rappresentato nel cervello. Consci di questa mancanza, Raffaella Rumiati, professoressa della Sissa dove dirige il laboratorio INSuLa, e Francesco Foroni, ricercatore della Sissa, hanno compilato una rassegna, che ha analizzato i lavori disponibili. Una delle novità della ricerca è di aver preso in considerazione anche i lavori su pazienti con lesioni cerebrali. Sono infatti purtroppo pochissime le ricerche di questo genere e Rumiati e Foroni hanno dunque cercato fra quelle ricerche che hanno usato fra gli stimoli oggetti nella categoria alimentare, filtrando poi i risultati attraverso la lente delle teorie più diffuse di categorizzazione semantica.

La prima teoria, l’ipotesi “sensoriale-funzionale” fu proposta da Elizabeth Warrington, Rosaleen McCarthy e Tim Shallice negli anni ‘80 del secolo scorso. Secondo questa teoria gli oggetti sono divisi in base al tipo di analisi che viene fatta sullo stimolo.

Una seconda teoria (“dominio-specifica”) è stata formulata più recentemente da Alfonso Caramazza e sostiene che i nostri meccanismi di categorizzazione semantica sono stati plasmati dalla selezione naturale. Per questo motivo raggruppiamo gli oggetti in categorie importanti per la nostra sopravvivenza (animali, piante, conspecifici, ecc.).

Rumiati e Foroni hanno inoltre esaminato i dati alla luce di un’altra visione della categorizzazione semantica che deriva direttamente dalle teorie dell’embodeid cognition. Secondo questa posizione la categorizzazione degli oggetti è fondata sull’attivazione del sistema sensoriale e motorio. Per capire meglio può essere utile un esempio: udire la parola “rosso” attiverebbe anche le aree del cervello dedicate alla percezione del colore, nonostante questo non sia stato direttamente osservato. L’esposizione a un certo oggetto (in questo caso di natura visiva ma evocato in modalità udiva) mette in funzione le aree sensoriali anche quando non stimolate, e questa attivazione serve a comprendere e riconoscere l’oggetto di cui si sta facendo esperienza. L’osservazione di un utensile, per esempio un martello, provocherà l’attivazione delle aree che controllano la muscolatura della mano, e via dicendo. Secondo questa visione l’esposizione a stimoli alimentari porterà all’attivazione delle aree del gusto, per esempio, anche se queste non vengono attivate in maniera diretta con l’assaggio.

«Osserviamo - dice Rumiati - che la categoria ‘cibo’ può aiutare la ricerca a disambiguare fra le varie impostazioni anche nel quadro più generale: il cibo infatti è uno stimolo trasversale, che possiede caratteristiche degli oggetti animati e anche di quelli inanimati, in più è fondamentale per la sopravvivenza e quindi ha un valore importante a livello evolutivo».

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