Il vecchio gasometro cerca sponsor online

«Il mio nome è Gasometro, sono nato nel 1901, mi hanno chiuso nel 1947, l’anno del Trattato di Parigi. I miei occhi hanno visto il Governo militare alleato, a Trieste, e hanno sentito gli echi della gente che, a partire da quegli anni, arrivava in città dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Vorrei tanto rinascere, mi piacerebbe frequentare il mio amico Ursus, un pontone galleggiante del 1906, e far visita alla Centrale idrodinamica e alla Sottostazione, in Porto vecchio. Sono testimone di quello che accadeva al mio interno quando ero in funzione, mentre si accumulavano, non lontano da qui, le masserizie che sarebbero finite al Magazzino 18. Vi sbrigate a ridarmi vita?».
Se gli edifici potessero parlare che cosa ci racconterebbero? Come in un puntata delle “Cattedrali della cultura”, il progetto in 3D di Win Wenders, il Gasometro del Broletto prende la voce di Enrico Conte, direttore dell’area Lavori pubblici del Comune di Trieste, in passato dell’area Educazione e prima ancora all’Immobiliare, con la passione per l’archeologia industriale e la fotografia. «Un mio amico di Facebook si è sognato di portarmi all’Università, per usarmi per una tesi sperimentale - continua il monologo del Gasometro-Conte -. Adesso mi metteranno su un lettino, per vedere di trasformarmi in un contenitore culturale e in uno spazio per giovani imprese, come accade in Germania, solo per fare un esempio, o a Milano, o in altre città meno note. Sogna il mio amico. “Immaginare l’impensabile è diventata la sola nostra via d’uscita” come dice Adam Szymczyk, direttore di Documenta 14 di Kassel». E si potrebbe continuare: «Di recente ho fatto da set a una delle sequenze clou del sequel de “Il ragazzo invisibile” di Gabriele Salvatores».
A Conte, nonostante il ruolo di dirigente comunale, piace “immaginare l’impensabile”. Tutto è nato dopo un recente sopralluogo al Gasometro dimenticato con un giornalista e un fotografo che stanno lavorando a un libro. «Sono tornato in fibrillazione a vedere quello spazio lasciato. Un vero delitto» spiega il dirigente, che nell’occasione ha scattato un paio di foto e poi ha lanciato l’appello su Facebook per quello è un gioiello dell’archeologia industriale. «È più bello l’interno dell’esterno. Uno scenario molto suggestivo. È scenografico», spiega Conte. Allo stato dei fatti non c’è ancora nulla di deciso. «Per valorizzarlo servirebbe un progetto che metta insieme recupero architettonico e funzionale e programma di gestione. Un costo e un investimento. Serve una rete di soggetti che abbia questo insieme di competenze e di risorse, che attraverso un progetto di gestione lo renda un investimento collegato ad altra archeologia industriale con un percorso che non dimentichi il Museo della guerra per la pace Diego de Henriquez», spiega rispondendo ad alcune sollecitazioni dei social. Allo studio c’è infatti la possibilità di chiedere una tesi sperimentale a quattro Dipartimenti universitari proprio per rendere trasversale l’iniziativa. Un modo per creare il terreno ideale affinché un privato presenti una proposta di project financing. La proposta è allo studio degli assessorati alla Cultura e ai Lavori pubblici.
Il Gasometro, che vanta 45 metri di diametro e 35 metri di altezza, offre parecchie suggestioni. C’è chi come Massimo Parovel, direttore del Conservatorio Tartini, vi vedrebbe bene «una piccola Royal Albert Hall». Qualcuno ricorda come ad Amsterdam l’ex Gasometro ospiti spettacoli. Qualcuno suggerisce di infilarci dentro il Parco del mare di Paoletti. E qualcun altro assicura di essersi già informato con Comune e Acegas e di avere pronto un progetto. Nell’ultima campagna elettorale era presente nel programma di Un’Altra Trieste Popolare, candidata sindaco Alessia Rosolen, e in quello del senatore Francesco Russo alle primarie del Pd, che puntava a farne un auditorium. Il primo ad averne ipotizzato la rinascita in chiave culturale, però, era stato nel 1998 l’allora vicesindaco Roberto Damiani, che aveva lanciato tre ipotesi: spazio per la musica leggera, museo di arte contemporanea o planetario. Tutte soluzioni rimaste sulla carta. Di qui l’appello social del diretto interessato: «Mi piacerebbe illuminare dentro e fuori la cultura della città di Trieste. Vi sbrigate a ridarmi vita?».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








