Approda in Comune la “Bosso story” La stampa spagnola: Pace verso Valencia

Non si ferma il movimento dietro le quinte del teatro Verdi. Il caso Ezio Bosso, che ha visto l’addio del direttore artistico residente a pochi mesi dalla sua nomina, approderà oggi nell’aula del Consiglio comunale, dove i vertici della Fondazione sono chiamati a rispondere in commissione. Nel frattempo il sovrintendente Stefano Pace è alle prese con le reazioni seguite alla partenza del maestro. A completare il quadro, la stampa spagnola sostiene - finora non smentita - che il sovrintendente Pace sarebbe candidato in pole position per un incarico al teatro di Valencia. Città in cui Pace ha già lavorato come direttore degli allestimenti al Palau de les Arts.
La Fondazione del Teatro Lirico Giuseppe Verdi è un patrimonio culturale triestino, ma non gode di ottima salute. Una condizione che, a dire il vero, condivide con buona parte dei teatri lirici italiani: strutture messe in difficoltà da una cronica riduzione dei fondi, avviata a dispetto di organici non comprimibili. Gli altri teatri europei, con numeri anche maggiori, riescono però a produrre più di quelli nostrani. Il Verdi occupa 240 persone, ma dal 2017 è precipitato in fondo alla classifica che misura il ruolo delle Fondazioni in Italia: la ripartizione dei finanziamenti del Fondo unico per lo spettacolo alle fondazioni lirico-sinfoniche. Con 7 milioni 760 mila euro circa il Verdi è all’ultimo posto, superato anche dal teatro lirico di Cagliari. I fondi in meno ammontavano a 900 mila euro.
In questo scenario non facile, il sovrintendente Stefano Pace è riuscito a ridare stabilità alla struttura, portando a casa risultati importanti come la recente adesione di Allianz quale socio della Fondazione. Ma il caso Bosso non ha certo aiutato a mettere in buona luce il Verdi sul palcoscenico nazionale e internazionale. Il maestro era stato presentato ufficialmente come direttore stabile residente del Verdi in una conferenza stampa che si era tenuta il 25 settembre dell’anno scorso a Milano.
Alcuni tra gli operatori e gli appassionati per la verità avevano storto il naso di fronte alla figura consacrata dal palcoscenico nazionalpopolare di Sanremo. Altri invece apprezzarono il coraggio della scelta di un artista noto a livello internazionale, su cui il gigante Sony Classic investe da anni, che avrebbe dato a Trieste un pubblico più ampio.
Ma pochi mesi dopo l’arrivo di Bosso, già alla fine dell’anno, i rapporti con Pace e con il direttore generale Antonio Tasca erano via via diventati più difficili e poi gelidi. L’opacità in cui la rottura si è consumata ovviamente impedisce ancora di vederne le cause con chiarezza. Gli addetti ai lavori parlano di un duplice fronte: da un lato le pretese dell’artista, eccessive per le tasche dell’ente. Dall’altro le incompatibilità caratteriali con la direzione, arrivate fino allo sgarbo. «Non potevamo nemmeno parlare con il maestro per timore di ripercussioni», racconta un lavoratore. Una testimonianza che cozza con altre, che invece minimizzano il contrasto.
Il sindaco Roberto Dipiazza, presidente della Fondazione, racconta di aver tentato in ogni modo di mediare tra le parti, ma senza esito. A giugno la separazione è stata sancita da un comunicato congiunto in cui si parlava di «inconciliabilità delle modalità organizzative» e il maestro prendeva atto «con dolore» della fine del rapporto. A più di un mese di distanza, Bosso non ha ancora commentato la rottura. Pace nemmeno. È naturale pensare che l’accordo, stretto con la consulenza dei rispettivi legali, includa anche un aspetto economico.
All’addio di Bosso si è accompagnato quello di due consiglieri di indirizzo, Stefano Crise e Renato Quaglia. Perché? Ufficialmente per motivi personali, ufficiosamente per malumori legati al conflitto. Tra dichiarazioni a mezza voce, rettifiche, e silenzi imbarazzati, il balletto del teatro Verdi continua. Sotto il segno dell’opacità. E delle omissioni sulle liti. È un aspetto su cui anche l’ex assessore alla Cultura Gianni Torrenti avanza delle critiche: «Non bisognerebbe essere gelosi delle scelte, che al di là dello statuto andrebbero sempre condivise».
Mentre a Trieste infuriano le polemiche, il sovrintendente Pace avrebbe presentato - secondo la stampa spagnola - la sua candidatura per il ruolo di sovrintendente e direttore artistico del Palau de les Arts di Valencia, l’avveniristica architettura di Santiago Calatrava, carica vacante dallo scorso dicembre quando si è dimesso sbattendo la porta il torinese David Livermore. Superato la prima selezione (venti candidature), sarebbe ora nella rosa finale di sei nomi. A contendersi la “caramella avvelenata” (così la definisce la stampa spagnola) del Palau de Arts, due italiani (Pace e il veneziano Paolo Pinamonti, attuale direttore artistico del San Carlo di Napoli), due spagnoli (Jesus Iglesias e Raul Asenjo), un tedesco (Sebastian Schwartz) e un argentino (Marcelo Lombardero). Si tratta di un incarico da 135 mila euro all’anno (leggermente inferiore a quello del Verdi di Trieste che è di 140 mila euro).
I bookmaker spagnoli danno Pace per favorito visto il sua passato a Valencia come direttore della produzione artistica tra il 2006 e il 2007. Fu Pace a dirigere nel 2005 anche l’organizzazione dei concerti di inaugurazione del nuovo Palau de les Arts di Valencia alla presenza della regina Sofia di Spagna. Non ha dubbi, per esempio, Justo Romero, critico musicale del “Levante”. E su Pace scommette anche Joaquin Guzman, critico de “Las Provincias”. Il suo avversario più temibile pare Jesus Iglesias che gode dell’appoggio di Placido Domingo. Una partita aperta. In ogni caso tra Trieste e Valencia Pace avrebbe già scelto. —
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