Vargas Llosa, la cultura è soltanto uno show

di FRANCESCO MAGRIS
Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura nel 2010, non è solo un grande romanziere che ci ha lasciato una serie di opere di grandissimo respiro, come “Conversazione nella Catedral” o “La zia Julia e lo scribacchino”. Egli, infatti, è pure un saggista di grande profondità, acuto intreprete delle trasformazioni politico-etico-sociali in atto in un mondo sempre più fosco e confuso.
A testimoniare le sue doti di cronista eminente della modernità vi è ora la sua nuova raccolta di saggi dal titolo “La civiltà dello spettacolo” (Einaudi, traduzione di Federica Niola, pag. 183, euro 17).
Il titolo ci rinvia naturalmente al manifesto situazionista di Guy Debord “La società dello spettacolo” pubblicato nel 1967 nel quale il filosofo francese riprende il concetto marxiano del “feticismo della merce” inteso come il punto di approdo di un capitalismo in cui la fruizione dei beni e l’appettito consumistico sono tali da spogliare il proletariato da ogni rivendicazione di classe, perpetuando e pure rafforzando in maniera ignara il margine di potere della classe padronale. Una posizione che è stata ripresa da molte e diverse correnti di pensiero, ad esempio da Jean Baudrillard.
Vargas Llosa parla invece, in molti dei saggi inclusi nella raccolta, della cultura, di come essa negli ultimi anni abbia cambiato radicalmente di natura nello spazio vitale della società contemporanea. Da vettore di esperienze intellettuali che richiedono l’attivazione del dialogo fecondo fra autore e fruitore, essa si è tramutata in una pura forma di intrattenimento: chi ne fa uso cerca solo il piacere tanto immediato quanto effimero che lo conduca alla distrazione da un mondo in cui la complessità è fonte di paura e incertezza: non si tratta ovviamente di una cultura nel senso di straniamento caro a Brecht, ma di una forma di droga somministrata a dosi massicce e regolari per ammansuire ogni forma di dissenso.
Questa deriva consumistica della cultura è, ovviamente, associata a elementi voyeuristici, in cui il gossip, la stampa scandalistica e la violazione della privacy altrui attivano nel fruitore un piacere morboso e autocompiaciuto. Per questo motivo, in uno dei saggi, Llosa condanna l’operato tanto a volte lodato di un libertinaggio cronistico, come è il caso di Wikileaks, in virtù del quale il confine fra pubblico e privato viene travolto e, mettendo alla berlina uomini politici di ogni estrazione, crea una ulteriore diffidenza del corpo sociale nei confronti della classe dirigente, sempre più stigmatizzata a prescindere dalle sue specifiche responsabilità, a volte certamente reali.
Se la cultura si fa puro intrattenimento e il politico viene scrutato con gli occhi del sospetto, lo stesso patto sociale vacilla per poi crollare in virtù di una recidiva mancanza di consapevole consenso sul quale dovrebbe poggiarsi ogni democrazia. Con la conseguenza di condurre le masse in direzione di una generale apatia politica e di un rigetto totale nei confronti della classe dirigente. La politica, proprio in mancanza del suo appeal, non attira gli individui più qualificati, che preferiscono gli allori – fra l’altro ampiamente retribuiti – tributati a chi eccelle nel settore privato.
In un bel saggio, Llosa attacca frontalmente il decostruttivismo (pensiamo a Derrida e Foucault) reo di perimetrare il recinto del senso al solo linguaggio, con la conseguenza di accusare la stessa attività di scrittura come autoritaria e sola capace di cogliere l’essenza del reale, quel reale che invece nello scrittore peruviano è esperienza sensuale, concreta, palpabile e quindi essenziale. Ma non solo: la critica dell’autorità fiancheggiata da tali filosofi e rinvendicata dal maggio francese del ’68, si risolve in un controsenso, in quanto la trasgressione richiede come punto di partenza un principio d’autorità da violare, e quindi previamente da riconoscere. Karl Kraus distingueva a tal fine fra amoralità (il disconoscimente di ogni norma e quindi l’impossibilità di qualche forma di trasgressione) e immoralità (il riconoscere una norma per poi volontariamente violarla). E questo, nota Llosa, riguarda pure il sesso che per farsi eccitante ha bisogno di possedere a monte una serie di tabù da trasgredire.
La laicità, il rapporto fra Stato e Chiesa, la crescente componente musulmana nelle società occidentali sono trattati in una serie di saggi. Llosa, a tal proposito, si dichiara fieramente laico, ma non laicista (termine inteso come atteggiamento coattamente anti-religioso). Per lui lo Stato deve garantire la neutralità confessionale mentre il cittadino, nel suo privato, deve poter professare liberamente le fede cui aderisce (pure se si tratta di qualche setta pattacara).
Una raccolta tanto interessate quanto variegati sono i temi affrontati, la cui lettura conduce a porsi una serie di domande nei confronti delle quali lo stesso Llosa si dichiara propenso ad un atteggiamento interlocutorio che non esclude nessuna risposta, purché essa attinga al patrimonio della democrazia e della libertà tanto cari all’autore, un autore che si conferma fra le menti contemporanee più lucide, impavide, senza compromessi con il buonismo o il politically correct.
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