Muore in Messico travolto da un camion
Matteo Dean, 36 anni, era in sella alla sua moto. Attivista dei centri sociali, aveva scelto di vivere in Centroamerica

Matteo Dean, 36 anni, da dieci residente in Messico che aveva scelto come nuova Patria dopo aver abbandonato Trieste, è stato investito e ucciso sabato da un camion mentre in sella alla sua moto attendeva di pagare il pedaggio dell’autostrada. I freni del pesante mezzo non hanno funzionato a dovere e il camion lo ha travolto. L’investitore è stato subito dopo arrestato dalla polizia di Tolouca e messo a disposizione della magistratura.
Sono questi i pochi dati di cronaca riferiti dall’edizione di ieri del quotidiano “La Jornada” con cui Matteo Dean da tempo collaborava scrivendo dell’emigrazione, dell’emarginazione sociale, delle ingiustizie anche ambientali delle nostre società. Lui, contro l’ingiustizia, contro l’emarginazione e la povertà, aveva combattuto anche a Trieste, partecipando all’occupazione di case lasciate colpevolmente vuote e inutilizzate mentre tanta gente non aveva e non ha i soldi per pagare un affitto sul cosiddetto “mercato libero”.
Quando nel nostro Paese molte possibilità di cambiamento si sono rivelate impraticabili, Matteo Dean, ha lasciato Trieste e come gli antichi emigranti degli inizi del Novecento, ha valicato l’Oceano per stabilirsi in Messico. Nei dieci anni dalla sua vita al di là dell’Atlantico ha scritto articoli per numerosi giornali, anche italiani e si è impegnato come lettore dell’Istituto di cultura italiano di Città del Mexico. Allo stesso tempo ha intessuto rapporti politici e partecipato a lotte sociali che si ripromettevano di intaccare il potere di chi commercia in droga, di chi vende donne e bambini a scopi sessuali, di chi spara ai giornalisti coraggiosi o ai campesinos che rivendicano terre e dignità. Ecco perché sua moglie Patricia Sol Rojo Borrego ha dichiarato a poche ore dall’incidente, che «Matteo è stato molto felice qui in Messico». E Federico, il fratello, tra qualche giorno volerà laggiù per recuperare il corpo: «Era uno che ha speso la sua vita per fare del bene ai più deboli».
«Matteo era uno di noi, un punto di riferimento umano e politico in quel grande e lontano Paese» hanno scritto i suoi amici dell’associazione Ya Basta Italia nel proprio sito. YaBasta, tute bianche del NordEst, disobbedienti, invisibili, Sos casa, sono state le sigle e le bandiere ideali che Matteo Dean ha fatto sventolare con tanti altri ragazzi triestini nei momenti caldi degli anni Novanta e i primi anni del Duemila. Oltre ad occupare gli alloggi che l’Ater aveva lasciato sfitti in via Battera e in via Orlandini, queste sigle avevano organizzato cortei e manifestazioni contro i bombardamenti Usa in Iraq; avevano difeso gli appartamenti occupati, erano entrati in forze nell’aula del Consiglio comunale per richiamare l’attenzione degli eletti dei vari partiti sulla mancanza di alloggi pubblici da riservare agli indigenti. Ne era nata una gazzarra che la Procura aveva interpretato come “interruzione di pubblico servizio”. Matteo Dean aveva partecipato a questo modo di fare politica “in presa diretta”, senza deleghe e mediazioni istituzionali. Ne erano nate inchieste e processi e quando i disobbedienti venivano convocati in aula, carabinieri e agenti della Digos, facevano filtro. Li perquisivano attentamente, prima di ammetterli nei corridoi. Molti di quei processi si sono conclusi con assoluzioni generali, altri con condanne miti e appellate. Ma Matteo Dean all’appello degli imputati che i magistrati leggevano all’inizio delle udienze, non rispondeva più. Assente, contumace. Qualcuno aggiungeva a bassa voce «è in Messico» e forse il cancelliere lo annotava sul verbale. Da tempo questa stagione a Trieste si è conclusa. Non più occupazioni di alloggi sfitti, non più contrapposizione frontale con gli Stati Uniti di Barak Obama, non più manifestazioni contro la guerra. Lui, Matteo era lontano e lottava contro l’ingiustizia con i campesinos messicani.
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