Lavoro. Vita da precaria a 4,8 euro all'ora

Goriziana si licenzia dopo due giorni da una cooperativa con sede in città. Niente tredicesima o premi, malattia non coperta e ferie senza retribuzione
Un momento della manifestazione dei precari il 9 aprile 2011, a Roma. .ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI
Un momento della manifestazione dei precari il 9 aprile 2011, a Roma. .ANSA/MAURIZIO BRAMBATTI

La paga? 4,80 euro l’ora. Ferie non pagate, niente tredicesima. Prendere o lasciare. E lei, una goriziana madre di una figlia, ha deciso di lasciare, dopo due soli giorni. È questo che offre il mercato del lavoro a Monfalcone.

Da oltre un anno inserita nella lista di mobilità, la donna aveva trovato un lavoro alle dipendenze di una cooperativa multiservizi cittadina. Pensava di aver trovato una soluzione per contribuire alle spese familiari, arrotondando il bilancio domestico in aiuto al marito. Ciò che le veniva proposto era un contratto intermittente o a chiamata: paga lorda 6 euro l’ora che, al netto delle trattenute, si riduceva a circa 4,80 euro. Niente tredicesima o premi di produzione, malattia non coperta e ferie non pagate.

La donna ci prova e firma il contratto. Inizia così il suo nuovo incarico, facendo la spola da Gorizia, dove risiede, a Monfalcone. La cosa regge per un paio di giorni, il tempo per rendersi conto, spiega il marito, che di fatto quel contratto era una sorta di «sfruttamento legalizzato». Al terzo giorno, assieme al marito, la donna si presenta dai datori di lavoro e si licenzia. Questo è un caso, ma non è l’unico. Negli ultimi anni, spiegano Cgil, Cisl e Uil, il ricorso a questi contratti, a chiamata, a progetto e formule simili, nel solco della normativa sulla flessibilità del lavoro, sono decisamente aumentati.

Si stima che, dicono i sindacati, l’utilizzo di queste tipologie sia pari al 70%. E che i nuovi contratti a tempo indeterminato rappresentino in media meno del 20%. Una situazione drammatica, sostengono i segretari provinciali Paolo Liva (Cgil), Umberto Brusciano (Cisl) e Giacinto Menis (Uil), acuita peraltro dalla crisi economica. Un ricorso così massiccio che, di fatto, spiegano, alimenta la precarietà.

Il marito della goriziana osserva: «Ti chiamano quando ne hanno necessità, altrimenti si sta a casa. Considerato che se ci si ammala non pagano, che non esistono ferie pagate, questo tipo di lavoro come lo si può definire se non schiavismo del ventunesimo secolo?». Il tutto considerando anche il fatto di fare la spola tra Gorizia e Monfalcone, e sono altre spese di spostamento. «Alla fine cosa resta? - continua l’uomo - Mia moglie voleva aiutarmi per poter coprire le spese, affiancando qualche soldo al mio stipendio. Ma con quei 4,80 euro l’ora come si fa a tirare avanti?». Insomma, come sostenere un ritmo così pesante, se alla fine ci si rimette? «Non conosco a fondo quel tipo di contratto cosiddetto a intermittenza o a chiamata - spiega il goriziano -, è regolare ma il gioco non vale la candela: dopo due giorni ho così accompagnato mia moglie a parlare con i datori di lavoro. Si è licenziata. Anche mia figlia - aggiunge - ha un contratto a chiamata, come bagnina. Si ritiene che con questo sistema si può dare un lavoro con uno stipendio dignitoso? O non è forse che le persone vengono sfruttate, a qualsiasi razza e/o paese, italiane e/o straniere esse appartengano?».

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