Duello a Nordest per Confindustria: Riello attacca Illy

«Non capisco le ambizioni di Riccardo. Si dovrebbe vietare a chi è entrato in politica di assumere cariche associative»

VENEZIA

Otto anni fa ci provò Nicola Tognana a cercare di conquistare, per il Nordest, la presidenza della Confindustria. Ma fu sconfitto, con coda di polemiche, dalle potenti armate di Luca Cordero di Montezemolo. Adesso, da pochi giorni, è sceso in campo Andrea Riello, con una mossa a sorpresa che ha quasi l’aria di un auto candidatura. «Non è così – sottolinea l’imprenditore veronese – dopo il ritiro di Gianfelice Rocca, che sembrava gradito ai colleghi del Veneto, penso che si sia voluto proporre un nome alternativo alle candidature che stanno circolando e che, forse, rappresentano troppo quell’establishment consolidato dal quale è difficile attendersi cambiamenti».

Riello non è certo un outsider, di cariche in Confindustria ne ha ricoperte molte: presidente del Veneto, dell’Ucimu, della Federmacchine, per citarne alcune. Tanto che qualcuno potrebbe collocarlo nella categoria dei confindustriali più che degli industriali. «Non sono tra quelli che attribuiscono alla parola confindustriale un’accezione negativa – spiega – la mia storia imprenditoriale è nota: siamo un gruppo familiare che rappresenta oggi aziende con un fatturato complessivo di 500 milioni. Siamo solidi, indipendenti dal sistema bancario, liberi di continuare ad investire». E comunque, aggiunge, più che «un candidato del Veneto mi sento un veneto candidato a guidare la Confindustria di tutto il Paese».

Obiettivo non facile da raggiungere visto che Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi, che sono oggi i suoi competitor, hanno già ottenuto qualche appoggio dai “grandi” elettori di Viale dell’Astronomia. Certo, questa volta non c’è la Fiat, e i nomi non sembrano fortissimi. O, almeno, non come ai tempi del confronto Tognana-Montezemolo. Si può anche vincere ai punti per debolezza dell’avversario.

Ma le prime insidie arrivano proprio in casa nordestina con quella candidatura di Riccardo Illy arrivata solo pochi giorni dopo il mandato esplorativo che Confindustria Veneto ha messo nelle sue mani. «Non capisco la scelta di Illy, ovvero di un imprenditore uscito da un’esperienza politica. Credo che, a parte statuti e regolamenti, si dovrebbe vietare a chi è entrato in politica di assumere cariche associative. E poi ho una convinzione: un incarico in Confindustria, a qualsiasi livello, dovrebbe essere il massimo dell’aspirazione e dell’impegno pubblico per un imprenditore. Non un punto di arrivo di una carriera politica, magari finita male, o un punto di partenza per degli incarichi politici successivi». La pensa diversamente Gianpietro Benedetti, presidente della Danieli, che a margine della presentazione del bilancio definisce «Illy un buon candidato». Riello, in ogni caso, deve ancora sciogliere le riserve sulla sua disponibilità. «I primi passi li ho già fatti – racconta – la mia famiglia mi ha dato un incoraggiamento straordinario, ho colto da parte dei miei colleghi veneti un sostegno sincero, anche se continuano ad arrivare da più parti sirene che cantano e promettono vice presidenze a gò-gò in cambio dell’appoggio. E un gioco al quale non ho intenzione di partecipare. E poi spero di avere un confronto, altrettanto sincero, con tutto il resto del sistema, per vedere se c’è una condivisione sulla Confindustria che ho in mente».

E qui c’è davvero da scegliere quali fra i tanti problemi affrontare per primi: le questioni lasciate sul tappeto dall’uscita della Fiat, la ridefinizione delle regole della rappresentanza, la convivenza difficile tra pubblici e privati, monopolisti e manifatturieri, la necessità di tagliare i costi di una organizzazione accusata di essere elefantiaca.

«Vorrei una Confindustria più leggera – illustra il suo progetto Riello – che tagli costi e liturgie, anche per guadagnare autorevolezza, perché bisogna predicare bene ma anche razzolare bene. Il nostro è un modello già federale, ma bisogna andare oltre perché non si può più delegare al centro quelle funzioni sulle quali non ci si sente più rappresentati». Per tagliare i costi si potrebbe cominciare, così, da un settore difficile, quello delle relazioni sindacali: «Vi sono realtà – ragiona Riello – che possono negoziare direttamente, altre, come le piccole e medie imprese, che, invece, richiedono una trattativa territoriale ma anche su base nazionale per definire regole e normative comuni». A livello territoriale, la questione dei tagli e della riorganizzazione del sistema Confindustria si presenta in maniera un po’ diversa. Perché le imprese si riconoscono per lo più nell’organizzazione. E poi si deve distinguere, dice Riello, tra la funzione di rappresentanza e quella di servizio. «Inutile e dannoso inseguire l’obiettivo di fondere associazioni territoriali che hanno una forte identità e non rinunceranno mai al loro ruolo. Anzi, su questo livello, in alcuni casi si potrebbero addirittura avere altre sezioni territoriali per dare evidenza a problemi specifici delle singole realtà».

Fatto sta che i grandi elettori, oggi, sembrano propendere per “mister Brembo”, Alberto Bombassei. «Conto molto sui giovani – ribatte a questo riguardo Riello –, che forse non vogliono essere intrappolati nell’establishment, sulla piccola e media impresa e su tutte quelle territoriali da nord a sud, nel lombardo-veneto e nell’Emila Romagna, che sono simili per cultura e struttura economica al mio territorio e alla mia esperienza imprenditoriale». Se non riuscirà a centrare l’obiettivo, promette, «mi ritirerò, non certo sostenendo che l’uva non è matura, ma per ora ho intenzione di giocare la partita fino in fondo».

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