I bengalesi: «Paga globale Se non l’accetti non lavori»

Il racconto di sei dipendenti dell’appalto a Monfalcone: «Ti impongono condizioni Non hai diritti e vengono decurtate le ore. E se protesti ritorni in Bangladesh»
Altran Mf-Sciopero Fincantieri x morte Mia Ismail Foto Maurizio Altran
Altran Mf-Sciopero Fincantieri x morte Mia Ismail Foto Maurizio Altran

di Laura Borsani

MONFALCONE

Paga globale? «Si prendono tutto. Impongono condizioni senza alternative. Se vai oltre il monte-ore proposto, è un tuo problema. Se protesti te ne vai a casa. Se ti iscrivi a un sindacato te ne vai a casa. Se denunci, hai finito di vivere a Monfalcone». È pesante il racconto di sei lavoratori bengalesi, residenti in città da circa 10 anni. Qui hanno costruito la loro nuova vita, hanno radicato la famiglia, sono nati i loro figli che frequentano la scuola. Il cantiere che aveva significato un progetto per il futuro, è di fatto diventato una morsa: pochi diritti e troppa fatica non pagata.

«Se non accetti la situazione - spiegano - te ne devi tornare in Bangladesh». Lavorare per l’appalto significa anche questo. I bengalesi sono rassegnati: «Tutti sanno come funziona. L’impresa pone condizioni già al di sotto dei trattamenti sindacali, e poi toglie anche ciò che è stato accordato. Almeno 30-40 ore al mese lavorate non si ritrovano in busta paga». Un sistema diffuso nell’indotto, osservano i sei, che pure registra la presenza di ditte in regola e che non per questo sono costrette a oltrepassare i limiti di legge a causa della crisi. Una “prassi” alla quale sottostanno non solo i lavoratori della comunità asiatica ma anche altri stranieri, fino agli stessi monfalconesi. È un meccanismo che i sei bengalesi conoscono bene: «Lavori 6-8 mesi, poi ti mandano in trasferta. Quando rientri la ditta ha cambiato nome. Ma il padrone è sempre lo stesso. E se hai mai protestato, o peggio, hai denunciato i compensi spettanti, è certo che non vieni più riassunto. Solo chi tace resta al suo posto». Uno di loro racconta di essere rimasto a casa un anno intero per aver manifestato l’ingiustizia ai suoi danni. In 10 anni, spiegano i sei bengalesi, hanno passato almeno 5-6 ditte “ribattezzate”. Ma le condizioni restano immutate, assieme alla paura di perdere il lavoro.

Oggi è tanto se arrivano a mettere insieme un mese di lavoro. Solo 2-3 anni fa, durante i picchi produttivi, arrivavano fino a 300-310 ore, anche sabato e domenica senza sosta. Ma gli stipendi restano da fame. Si parla di 800-900 euro, ed è già bene se si arriva a 1.100 euro. Ma le ore che pesano sulle spalle, in realtà, sono molto di più. I bengalesi sanno di essere sfruttati ma anche che farlo in qualche modo presente non serve a nulla, se non passare dalla padella alla brace, rischiando di venire “tagliati fuori” dal lavoro. Amara la conclusione: «Noi dobbiamo vivere, mandare a scuola i nostri figli, pensare al loro futuro. Ma se non lavori come vai avanti? Il sindacato fa quello che può ma ciò che ci preoccupa è mantenere il posto di lavoro. Alla fine, nessuno ci può aiutare a uscire da questa situazione».

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