Trieste. La guerra tra Austria e Italia combattuta a suon di sfottò

La mostra è curata dall’Irci in collaborazione con la Famiglia di Grisignana. L’esposizione è ideata e curata da Piero Delbello in collaborazione con Bruna Pompei, per la scelta iconografica e la cura del catalogo, e con Athos Pericin cui si deve il progetto e la cura dell’allestimento

Al Museo della civiltà istriana, fiumana e dalmata di Trieste la mostra “Gli unni... e gli altri. Satira e propaganda per le terre irredente (1900-1920)”. Civico Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata di via Torino 8 a Trieste

 

di Piero Delbello

TRIESTE. Se la morte di Felice Venezian aveva privato Trieste del suo paladino in difesa dell’italianità, restava Attilio Hortis a rappresentare quegli ideali liberalnazionali che avevano visto il favore di una larga fascia della popolazione in tutto il primo periodo del ‘900 sino alla Grande Guerra. Eravamo nella Trieste che, ricordando Domenico Rossetti, faceva suo il motto «ne la Patria de Rossetti no se parla che italian». In tutta la Venezia Giulia, in Istria e in Dalmazia (ma così anche in Trentino), dopo lo scioglimento forzato, voluto dalla polizia austriaca, della Pro Patria, era stata la Lega Nazionale, nata nel 1891 dalle sue ceneri, a portare avanti l’impegno sociale di difesa della lingua italiana. Impegno condotto con la fondazione di sedi in ogni località possibile delle terre irredente e nell’istituzione dei “giardini d’infanzia” e delle scuole italiane a suffragio delle carenze nelle medesime situazioni civiche di controllo statale.

Si era nell’Istria erede della “Dieta del Nessuno”, che aveva posto il suo niet al governo austriaco, quella “Prima Dieta Istriana” dei Madonizza, Scampicchio, Polesini, Venier, Stradi... che, il 10 e il 16 aprile 1861, chiamata ad eleggere i deputati al Parlamento di Vienna, per due volte aveva risposto “nessuno” Un’Istria che aveva dato, a suo tempo, così come Trieste, volontari alle imprese garibaldine. Si era anche in territorio adriatico di pertinenza austriaca dove aveva preso piede un impegno sociale notevole, non solo in termini “nazionali e popolari”, come con la Lega, ma anche in altri termini “ di popolo”, che diventava coscienza di massa, con la diffusione del socialismo, la nascita delle società di mutuo soccorso, le casse sociali e la fratellanza operaia. Erano anni, quelli d’inizio del ‘900, dove le determinazioni nazionali dei diversi popoli portavano allo sviluppo dei movimenti e delle passioni irredentistiche sia di marca italiana che di marca slava. Ma erano anche momenti di lotta violenta, come nel caso dello sciopero dei fuochisti del Lloyd del 1902, quando la protesta, massiccia, della “canaglia pezzente che suda e lavora” era stata sedata nel sangue dalla sbirraglia austriaca.

L’Italia era alleata dell’Austria e della Germania, ufficialmente le aspirazioni nazionali dovevano rimanere celate, e, sul territorio giuliano, a Gorizia, capitava anche che la presenza di un circo italiano (1895) che si propagandava con manifesti popolati di scimmie, orchestrate nella réclame come un consesso tribunalizio, potesse parere al Console Generale d’Italia come una presa in giro dello stato italiano. In quegli anni, ancora, forte pareva anche lo scontro politico se troviamo, fra le carte di Polizia nell’Archivio di Stato di Trieste, come materiale sequestrato, anche l’alterazione di un manifesto pubblicitario di cacao dove viene inserita una linguaccia nella bocca del vecchietto che fa la réclame e diventa un “abasso i lecapiatini” (modo spregiativo per indicare gli austriacanti). L’impegno sociale e l’impegno nazionale: con questi temi si è pensato di aprire il ragionamento proposto dall’Irci di Trieste che, volendo offrirsi come contributo delle terre giulie ai 150 anni della nascita dello Stato Nazionale (1861-2011) e non potendo far riferimento a quella data iniziale, tenta di fare una panoramica su quella che fu la propaganda e la satira per il territorio fra il 1900 e il 1920. Vista soprattutto nella sua espressione grafica: manifesti, cartoline, volantini, locandine. Quindi elezioni, lotte e impegno sociale e difesa della lingua sul bilico della “legalità” nei confronti del governo austriaco, ma anche lealtà verso l’Austria, in un excursus che porta sino all’attentato di Sarajevo e alle soglie della guerra.

Si continua con il tema della neutralità che l’Italia mantenne, davanti allo scoppio dell’evento bellico, per lungo tempo. Vediamo così un’Italia ritratta a braccia aperte e tirata da una parte dalle potenze dell’Intesa e dall’altra dai vecchi alleati austriaci e tedeschi. In quella stessa Italia, però, è forte la spinta all’intervento ma altrettanto decisa appare la parte che non lo vuole (cattolici, socialisti...). E quando si entra in guerra a fianco dell’Intesa, ecco che il nostro Stato diventa il “traditore” per l’Austria e a Trieste, dove la popolazione è italiana, si usa la propaganda scritta nella nostra lingua per attaccare il re paragonato, per via della bassa statura, a “Bagonghi”, un famoso nano da circo. L’Italia risponde con un “Trieste o morte!” che diventerà, in una massa enorme di composizioni allegoriche, soprattutto in formato cartolina, il trionfo delle “terre infine redente” nel novembre del 1918: ma nel frattempo si sarà fatta asprissima la propaganda austriaca contro gli italiani “katzelmoche” (capaci di fare solo gattini, cioè figli, e niente altro), e la morte correrà a mietere il suo frutto e Battisti, Sauro, Filzi, Chiesa e altri finiranno impiccati e usati da entrambi le propagande, spesso in maniera assai macabra. Per parte italiana, da subito, Francesco Giuseppe diventerà “Sua Maestà l’Impiccatore” ed il suo nome verrà accostato alla schiera, come dice una cartolina del 1916, zdei fratelli nostri da lui fatti impiccare».

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