Max intensifica la guerra contro Facebook

VIENNA. «Qualunque cittadino parcheggi la propria auto in sosta vietata si becca una multa salata. Invece per le industrie di informatica è chiaro che se violano la legge il risultato sarà un piccolo verbale con raccomandazioni facoltative». È molto arrabbiato Max Schrems, lo studente di legge che da Vienna l’anno scorso denunciò Facebook per violazione del diritto comunitario in tema di privacy. Dopo aver chiesto e a fatica ottenuto dalla direzione del social network le 1200 pagine di dati che nei tre anni di sua adesione al network credeva di aver eliminato definitivamente dal proprio account e invece ancora erano nella memoria di Facebook, il giovane austriaco aveva dato fuoco alle polveri con 22 circostanziate denunce che, si dice convinto ancor oggi, sono inconfutabili al 99%.
Certo qualcosa si è mosso in questi mesi: il garante della privacy di Dublino, competente in materia avendo Facebook la propria sede europea in Irlanda, aveva dato il via ad un’analisi della prassi aziendale del gigante del web, e nel dicembre 2011 aveva prodotto un rapporto contenente un lungo elenco di “raccomandazioni” per migliorare il servizio agli utenti.
Poco dopo la pubblicazione di quel resoconto, Max Schrems si era visto recapitare un invito per un incontro con i top manager di Facebook, in vista di un possibile accordo stragiudiziale che mettesse una pietra sopra le accuse mosse dallo studente di legge. L’abboccamento era avvenuto a Vienna nel febbraio 2012, ma il giovane universitario lo aveva giudicato deludente, e aveva dunque deciso di non ritirare le denunce e lasciare che la giustizia facesse il suo corso.
Così per Facebook era iniziato quello che molti ritenevano un conto alla rovescia: entro fine luglio doveva dimostrare al garante di aver implementato nei territori dell’Ue le raccomandazioni ricevute.
Scaduto il termine, a nome dell’Unione Europea Dublino ha dato il via ad una seconda verifica, che ora ha sortito un nuovo, atteso resoconto, quello cioè che ha fatto arrabbiare Schrems, e non solo lui: nelle 186 pagine del documento, il garante attesta a Facebook l’implemetazione della maggior parte delle raccomandazioni, mentre per alcune, il social network dovrà fornire a breve nuovi elementi di giudizio.
«Una vittoria, certo» ha commentato Schrems, che tuttavia non smette di chiedere comunque una sentenza formale e impegnativa: «Stiamo assistendo ad un interessante esperimento, e sono certo che anche tutti i google e gli apple del mondo stanno alla finestra: che succede se una grande azienda americana viola le più elementari regole della privacy? Noi Europei ci difendiamo o lasciamo correre?» è il commento di Schrems, che alza il tiro: «È palese che si sta proteggendo Facebook». Non solo il giovane austriaco è di questo parere, e riceve rinforzi dalla Germania. Mentre l’Unione Europea ancora non legifera in materia, dal suo Land Schleswig-Holstein l’agguerrito garante della privacy Thilo Weichert si butta nella mischia: «Dobbiamo prendere atto che in un anno di tentativi di ottenere risultati con raccomandazioni amichevoli, i colleghi irlandesi hanno fallito l’obiettivo di indurre un cambiamento sostanziale nelle politiche di Facebook in tema di privacy». Weichert ha scritto così alla Federal Trade Commission degli Usa. Premettendo che «nella raccolta, elaborazione e nell’uso dei dati dei suoi utenti, Facebook viola in modo eclatante le norme europee e tedesche», Weichert ha chiesto ufficialmente all’autorità statunitense che obblighi Facebook al rispetto di impegni sottoscritti. Entro fine 2012 Schrems spera in un pronunciamento definitivo sulle sue 22 denunce.
Riproduzione riservata © Il Piccolo








