Skerl, triestino arrivato ai vertici di Honda Italia

Un diesel targato Trieste. Il “witz” rappresenta sufficientemente bene il carattere e la personalità di Alessandro Skerl, consigliere delegato della sede italiana del colosso automobilistico giapponese Honda. Tappa dopo tappa è arrivato al vertice. Vive tra Verona, Monaco di Baviera e Londra. Ha l’ufficio nella città veneta, ma ogni settimana vola in Europa se non in Giappone. Una vita ben diversa rispetto a quella che faceva da giovane il mulo triestino. «Ho frequentato le superiori e anche l’Università a Trieste. Ho dei ricordi bellissimi della città e ancora tanti amici che quando riesco vado a trovare. Ma la mia vita oggi è diversa. Cosa mi manca? Mi manca il mare e soprattutto il tipo di vita di un tempo. Qui a Verona è tutto diverso. Il mio sogno è quello di un’osmiza sul Carso. Quanto mi manca questa città... Ma non sono andato via, non ho dimenticato. Seguo quello che succede a Trieste», è l’esordio di Skerl.
E com’è Trieste vista da fuori?
Meglio di quanto appaia da vicino. Nel senso che si vede una città che per fortuna non ha le piccole e medie aziende che soffrono come accade in questo periodo. È una città di servizi e quindi, paradossalmente, in questa crisi ha senza dubbio qualche vantaggio. Trieste si è creata una buona nomea dal punto di vista del turismo, non c’è persona che non ne parli bene e non la trovi ospitale. Quanto alla ricerca scientifica, con le varie eccellenze come Centro di fisica, Area Science Park, Sissa e Università, è veramente all’avanguardia.
Si parla tanto e spesso di isolamento, di collegamenti difficili col resto del Paese...
Il fatto stesso che arrivino tanti turisti non giustifica questo concetto che esiste in certi strati culturali della popolazione. Trieste, lo ripeto, è molto meglio di quanto si pensi. Quello che conta è la peculiarità di questa città. Le polemiche e le critiche riferite ai collegamenti e alle difficoltà sono eccessive. Tempo fa, per esempio, è stata resa nota una classifica delle varie Università a livello mondiale: Trieste è risultata essere ai primi posti. In città ci sono strutture che in quanto tali non possono essere isolate. I fatti lo dimostrano.
In che cosa vede il futuro del capoluogo giuliano?
Spero che presto il Porto Vecchio possa essere aperto alla città. So della volontà di spostare altrove il punto franco. E spero che si riesca ad aprire quel front line sul mare che consenta di attirare investimenti più che mai necessari per lo sviluppo della città.
Ma si riescono a trovare gli investimenti?
Ho visto un progetto - mi è sembrato abbastanza serio - sul riutilizzo di quella parte di città. Mi sembra che si stia incagliando proprio sulla questione del punto franco, che è diventata un ostacolo. Se, come mi è stato detto, si riesce a rimuovere questo ostacolo credo che l’investimento possa esserci. Quello che mi pare strano, visto da lontano, è che a Trieste pochi capiscano quanto possa essere positivo l’arrivo di un investitore. Dovrebbero mettergli i tappeti rossi e - di questi tempi soprattutto - dargli il benvenuto.
In che senso?
Vedo quello che sta succedendo, per esempio, alla Ferriera, che prima o poi chiuderà. D’altra parte è una realtà anacronistica a Trieste. Ma ho visto quello che sta succedendo con il rigassificatore. Al di là della struttura, se c’è qualcuno che vuole investire in una città e creare 50 posti di lavoro, bisognerebbe non opporre veti aprioristici. Se io fossi un lavoratore della Ferriera che perde il posto e dall’altra parte c’è qualcuno che crea occupazione, punterei lì. Capisco che il rigassificatore non sia l’ideale, ma è quello che abbiamo. Se qui a Verona arriva uno che vuole costruire una piramide, la città gli offre quello che chiede. Gli chiedono: cosa ti serve? Non mettono nessun ostacolo. A Trieste succede il contrario.
E cosa pensa del porto nuovo?
So che i traffici sono leggermente in crescita. Anche questi sono segni di ripresa dell’economia che fanno ben sperare.
La caduta dei confini è stata un bene per la città?
Penso sia stata un grande vantaggio. Noi come Honda abbiamo subito la concorrenza. In Slovenia la manodopera costa decisamente meno e quindi le nostre concessionarie hanno sofferto molto. Ma so che molti autosaloni a Trieste hanno fatto sconti, promozioni, proprio per reagire. Tuttavia per coloro i quali hanno perso il posto di lavoro a causa dell’apertura dei confini, purtroppo c’è poco da fare.
Come’è il mercato dell’auto a Trieste?
È molto piccolo. Da 12 mila macchine si è scesi sotto la metà: in futuro ci saranno ulteriori razionalizzazioni delle reti di vendita. Per quanto ci riguarda noi resteremo. Abbiamo superato il punto più basso. Ma ci saranno in generale altre ristrutturazioni. D’altra parte un mercato che rimane per molti anni a questo livello così basso comporterà ulteriori ridimensionamenti.
E la situazione nazionale?
È in linea con quella generale del paese, visto l’andamento dei consumi. La perdita complessiva è di 800mila auto vendute ai privati rispetto al milione e mezzo di qualche anno fa. Il totale era di 2milioni 450mila nel 2007. Ora siamo a un milione e 800mila. L’auto è un bene tutto sommato costoso e oggi la gente per prudenza aspetta a comprarla. Ma ci sono difficoltà a finanziare l’acquisto anche da parte del sistema bancario. C’è una grossa contrazione dei consumi. In questo momento siamo al fondo: speriamo che le famiglie, un po’ meno spaventate, ripartano con gli acquisti. Questo fenomeno ha comportato una perdita di posti di lavoro superiore a quella di Termini Imerese. Solo che in questi anni nessuno ha mai parlato di piccole aziende come le concessionarie.
Siamo al fondo. O scenderemo ancora?
Il fondo si sarebbe dovuto toccare nel 2011. Ma oggi sembra che ci siano dei rallentamenti nei segnali di crisi, sembra che se ne stia uscendo.
Come vede il futuro?
Il 2013 sarà credo un po’ meglio del 2012. Questo è stato l’anno della crisi totale, del panico. Penso che il 2013 darà qualche accenno di ripresa dei consumi. Ma ci vorrà tutto l’anno prossimo per vedere chiaro e positivo. Il che significa che dal 2008 abbiamo avuto sei anni di crisi. Un fatto enorme dal punto di vista storico.
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