Caduti sotto l’Austria, è tempo di ridare pace a queste anime

Tornare ai cimiteri dimenticati raddrizzerà la nostra memoria zoppa
Di Paolo Rumiz
Lasorte Trieste 06/04/09 - Prosecco, Cimitero Militare Austro-ungaricoiestino
Lasorte Trieste 06/04/09 - Prosecco, Cimitero Militare Austro-ungaricoiestino

di PAOLO RUMIZ

È stato come scoprire che uno sbarramento era solo un miserabile diaframma. È bastato un articolo sull'ingiusto oblio dei Caduti e combattenti triestini, goriziani, istriani, fiumani e dalmati in divisa austro-ungarica nella prima guerra mondiale perché il silenzio si rompesse e decine di testimonianze arrivassero a questo giornale. Lettere, attestati, medaglie, diplomi, documenti: dopo decenni di amnesia questo materiale utilissimo agli storici riemerge dalla polvere di vecchie cassapanche. “Il Piccolo” continuerà a schedarli e ad averne cura in vista del centenario dell'inizio della Grande Guerra.

Leggendo quelle storie mi sono reso conto che non sappiamo nemmeno quanti sono quei nostri soldati e marinai, morti e reduci, finora celebrati in cerimonie vissute come puro folclore da chi non sa. Non sappiamo nulla di loro, nemmeno dove siano stati sepolti quei Caduti. Eppure furono migliaia, forse più di diecimila se è vero che il solo Trentino – che al contrario della Venezia Giulia ha completato il censimento dei suoi morti per l'aquila a due teste – ne ha contati dodicimila. Migliaia di vite perdute, vite dei nostri figli, sparse nel fango ucraino, polacco o in Ungheria, ma anche sul fronte italiano, sotto croci che nemmeno i familiari conoscono, in ossari dove nessuno ha portato un fiore.

Nei giorni della celebrazione dei defunti, credo sia arrivato il tempo di ridare pace a queste anime che in ragione di un secolo di silenzio hanno avuto una sola fortuna: non subire strumentalizzazioni.

Per questo a novembre non sarò presente solo alle celebrazioni di piazza Unità per l'arrivo dell'Italia a Trieste, ma anche alla cerimonia nel cimitero austroungarico di Prosecco (strada per Santa Croce, alle ore 15 di domenica 11 novembre), dove da anni pochi bastian contrari hanno finora celebrato quel pezzo di storia negata nel silenzio imbarazzato del Palazzo. Quei seimila caduti di tutte le fedi e nazionalità dell'impero saranno salutati con preghiera cattolica, serbo e greco-ortodossa, ebraica e islamica.

Mi si dirà: finiamola con i morti. Obiezione comprensibile. Sui Caduti si è costruita una politica del rancore che ha bloccato lo sviluppo delle nostre terree. Ciascuno si è accaparrato i suoi e li ha schierati contro quelli altrui. I morti sono stati una formidabile rendita di posizione. Sulle loro tombe si sono costruite le carriere politiche di coloro che hanno lavorato per esasperare nella gente vittimismi e ansie di accerchiamento piuttosto che la buona volontà.

Ma appunto per questo credo che a fregarci, noi di frontiera, non è stato un eccesso di memoria, ma il suo contrario: un eccesso di strumentalizzazione, per non dire una madornale rimozione. Nel senso che i morti dal 1940 in poi hanno finito per cancellare quelli precedenti, facendo calare sulla nostra storia una coltre di cloroformio.

Si sono dimenticati gli ebrei che con collaborazioni ancora impunite sono stati spediti nei lager nazisti, si sono rimossi i sanguinosi “raid” squadristi in città e nell'entroterra, si è allegramente sorvolato sulle leggi antisemi. te, sulla persecuzione anti-slava, sugli esodi degli austriaci nel '18 e sugli sloveni, croati e antifascisti sbattuti nei campi di concentramento italiani. Tutto si riduce alle Foibe e alla Risiera. Il resto è silenzio.

Ma è assai difficile pensare allo sviluppo se non si conoscono le proprie radici. L'identità debole di queste terre – e di conseguenza la loro involuzione economica e culturale - si spiega anche con le nostre amnesie, e in special modo col nostro silenzio su Caduti e combattenti in divisa austriaca. È quella la Grande Madre di tutte le rimozioni. Dimenticare l'Austria, cui abbiamo appartenuto per quasi sei secoli, significa non vedere il luogo cui apparteniamo, le città, i loro masegni, i loro palazzi. Significa non avere una base solida per battersi per un futuro.

Non parlare di quei secoli o travisarli significa ignorare il mito della nostra marineria: e mi è sempre più chiaro che uno dei motivi per cui non abbiamo un Museo del Mare all'altezza della nostra gloria è proprio questo. Non ce lo siamo dato per non ammettere di essere stati il porto di Vienna.

Ma senza la percezione del nostro ieri, come facciamo a immaginare il porto di domani? Anche la decadenza dei nostri traffici, anche il mortorio del porto vecchio, anche il vuoto di idee sui luoghi del “waterfront” sono figli di questo nostro sradicamento.

“Austriacante”, mi diranno. Ricordo sommessamente che con una camicia rossa garibaldina e con una bandiera italiana di sei metri sono salito sulla cuspide più alta di un comune veneto secessionista per denunciarne il becerume xenofobo.

Lo so, è difficile spiegare a chi non è figlio di queste terre che si può essere buoni italiani e al tempo stesso rammentare la grandezza di Trieste e Gorizia, dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia negli anni dell'Austria. Ma noi siamo gente un po' così.

A ciascuno la sua croce. A tutti i Caduti siamo debitori di un ricordo non strumentale. I ragazzi di Redipuglia, per esempio. Furono schierati lì non solo per essere onorati ma anche per segnare i confini davanti agli Slavi. E ora che non sono più utili, ora che il senso di appartenenza nazionale sembra farsi più debole, fa male vedere l'abbandono di quei gradoni. Mentre i cimiteri austro-ungarici sul fronte dell'Isonzo sono stati ripuliti dalla Croce Nera austriaca, nel più grande cimitero di guerra d'Italia cammini tra erbacce, lapidi sconnesse, talvolta frammenti di ossa, su per scalinate dove il vento fa da padrone.

Stesso discorso per le scuole di frontiera, massicciamente intitolate ai Caduti di parte irredenta, ora lasciate in condizioni deplorevoli senza che parole di scandalo si levino dai soliti noti, quelli che si aggrappano alle Foibe solo perché politicamente utili, e non per i morti che contengono. Del resto costoro se ne fottono. Conoscono solo il patriottismo a orologeria, quello che si sveglia ai primi di novembre o in vista di giochi politici.

Non può esserci Patria senza onestà della memoria. Alla lunga l'inganno vien fuori. Svela il suo fondale di cartapesta, diventa erbacce e calcinacci. Tornare ai cimiteri dimenticati dell'Ucraina o di casa nostra – come a quello di Prosecco - farà bene anche a Redipuglia. E raddrizzerà la nostra memoria zoppa.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo