Governo a pezzi, Bosnia nell’anarchia

Il premier licenzia otto ministri che lo denunciano. Il Paese, sull’orlo della bancarotta, si ritrova ostaggio dei partiti etnici
Di Mauro Manzin

TRIESTE. Quattordici Parlamenti, 14 governi, 200 ministri, 5 presidenti: questa è la Bosnia-Erzegovina come è stata “disegnata” a Dayton. Risultato? Uno Stato che non funziona. La comunità internazionale ha paura di mettere mano a quell’accordo per non far eruttare di nuovo il vulcano Balcani. Intanto Sarajevo vive nella miseria, capitale di uno Stato che assomiglia dannatamente a quello dalle cui ceneri è sorto. La Jugoslavia. E così succede che in Bosnia il premier federale Nermin Nikši„ “licenzia” otto ministri del suo governo i quali, invece di abbandonare l’esecutivo denunciano a loro volta il primo ministro per abuso d’ufficio e chiedono le sue di dimissioni. Ma la Bosnia, a questo punto, ha ancora un governo? Sì, ma solo sulla carta. Un esecutivo che svolge le sue riunioni per telefono (cellulare) e che vive l’assurda situazione di essere l’espressione di una maggioranza che ora è opposizione. Sì, perché oggi come oggi la maggioranza parlamentare è costituita dalla Sdp Bih, Hdz Bih, Lega per un futuro migliore, Hdz 1990, mentre all’opposizione siedono la Sda, i popolari e la Hsp. Tutti i partiti promettono un futuro di latte e miele. Il Paese però è sull’orlo della bancarotta e sono in molti a chiedersi che significato abbia in Bosnia la parola “democrazia”.

La situazione a Sarajevo è, dunque, balcanicamente complicata. Gli otto ministri “sfiduciati” dal premier hanno sporto denuncia al Tribunale cantonale e a quello comunale di Sarajevo contro lo stesso primo ministro. L’accusa parla di abuso d’ufficio. Secondo i proponenti la denuncia Nikši„ nella sua qualità di premier e di presidente del consiglio di amministrazione della Banca per lo sviluppo della Federazione Bih avrebbe preso il mese scorso decisioni sull’operatività dell’Istituto di credito senza riunire il consiglio di amministrazione. In particolare il primo ministro ha annullato un decreto del consiglio di sorvegiianza della banca confermando alla direzione della stessa Ramiz Džaferovi„ a sua volta sospettato di aver concesso prestiti agevolati sospetti ai soliti “amici”. Il mandato del contestato direttore scadeva a novembre, ma il “colpo di mano” di Nikši„ lo ha visto riconfermato al vertice.

Gli otto ministri “dissidenti” hanno anche deciso di boicottare le riunioni del governo e tuto questo in un momento decisivo per il futuro della Federazione Bih, ossia la presentazione del bilancio 2013 la cui approvazione era la condizione necessaria per ottenere la seconda parte del prestito di transizione del Fondo monetario internazionale senza il quale non solo la Federazione Bih, ma l’intera Bosnia-Erzegovina avrebbe dovuto proclamare la bancarotta. Ebbene al premier “isolato”, visto poi che a breve la Bosnia dovrà restituire un prestito di 788 milioni di marchi, non è rimasto che presentare da solo in Parlamento la legge di bilancio senza il consenso del governo, legge che è stata approvata in extremis dai deputati.

È chiaro che la lotta per il controllo della Banca per lo sviluppo della Federazione Bih altro non è se non la battaglia per gestire il denaro e dividerlo tra gli “amici”. Intanto però l’ex opposizione, diventata ora maggioranza chiede un sollecito rimpasto di governo e manda segnali minacciosi allo stesso capo dello Stato, Živko Budimir imponendogli di farsi garante della sostituzione dei ministri “dissidenti” altrimenti anche lui dovrà fare le valigie visto che il suo partito poi non fa più parte della maggioranza parlamentare. Budimir però tiene duro replicando che si muoverà nell’ambito dei poteri conferitigli dalla Costituzione in base ai quali il “rimpasto” di governo può prolungarsi fino alle prossime elezioni previste nel 2014. Signori, il caos è servito.

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