Appartamenti “social housing”: nata una società per realizzarli

Nelle statistiche sul lavoro spariscono. Eppure il crollo e tracollo dell’edilizia c’è. Dove finiscono operai e muratori delle imprese che chiudono? Ne conosce la sorte, e con una visione di dettaglio ampia essendo il presidente triveneto dell’Ance, Associazione nazionale costruttori, l’architetto Donato Riccesi, che sta anche per varare a Trieste il primo complesso di “social housing”. Cosa di cui molti parlano, ma pochi conoscono. E si scopre che proprio in questi giorni è nata una società specializzata. Uno sbocco per l’edilizia? Sì, e anche per molte famiglie.
Dove “spariscono” dunque i lavoratori dell’edilizia?
Moltissimi sono stranieri, in Italia da tempo il lavoro manuale è abbandonato dai giovani. Assunti con permesso di soggiorno, tutto regolare. Ma quando perdono il posto o tornano a casa o vanno in un’altra città. Si vaporizzano. Non c’è cassa integrazione di lunga durata. Un mese, se c’è la previsione che il cantiere riprenda. O 13 settimane da “disoccupato speciale”. Poi disoccupato puro. Non è come quando chiude una fabbrica: sindacati, informazione... Solo le Casse edili provinciali conservano questi dati.
E che cosa dicono?
In Italia dal 2008 al 2013 sono andati perduti 500 mila posti. In Veneto 15-17 mila. Nella sola Trento 3000. A Trieste in 5 anni 2000. E quando non lavora l’edilizia perdono l’industria, i mobili, l’arredo... Ma lo sappiamo che Trento e Bolzano, province autonome, non hanno accettato il patto di stabilità? Che molte Regioni a statuto speciale hanno contrattato con lo Stato soluzioni diverse? Noi no. Ci dicono che l’Italia ora è più credibile all’estero. Ma come può essere “più credibile” uno Stato che ordina di non pagare le imprese e le fa fallire? Credo che dietro ci sia una finanza globale cui fa comodo un’Italia debole.
Trieste appare ancora più debole in questo scenario. Per i costruttori debolissima?
Lavoro ce n’è stato fino al 2008. La crisi ha limitato molto gli investimenti nel terziario, nel commercio, nell’industria. Ma la città è in crisi anche perché si è permessa il lusso di respingere attività che davano lavoro. I centri monomarca. Sia chiaro, i centri commerciali influiscono sul tessuto storico (che però poi si trasforma, si raffina). A Trieste sono arrivati in ritardo, ma il fenomeno non è arginabile. Qui non avremo un futuro di grande livello se continuiamo a difendere...
A difendere che cosa?
I privilegi di qualcuno, che ha la pensione e con quella deve finanziare i figli. Ma poi resteranno solo i figli, e senza la pensione. Agli amministratori dico: non ci si può più permettere di rifiutare nulla. Sono stati atti di miopia e masochismo.
Anche il nuovo Piano regolatore però “stringerà” le opzioni di nuovi insediamenti.
Infatti abbiamo chiesto maggiore flessibilità. Beninteso, nulla sarà mai più come prima, inutile tornare a parlare di metri cubi, l’ubriacatura dei primi anni 2000 ha portato gravi risultati, l’edilizia è stata strumento finanziario per moltiplicare i pani e i pesci... Faceva comodo a tutti, e spesso era “mordi e fuggi”, o come si dice a Trieste “grampa e scampa”, con società costruite ad hoc, che poi svanivano nel nulla.
A proposito di nulla, la fuga dei concessionari da Porto vecchio ha tolto prospettive agli imprenditori locali?
Portocittà secondo me ha solo messo il cappello sulla sedia, per vedere che succede. Un paio d’anni fa ho raccolto documentazione su Porto vecchio, in oltre 20 anni 19-20 progetti, quasi uno all’anno e anche firmati da “archistar”. L’iperprogettazione è stata solo un mezzo per non far nulla. Dicendo: no, progettiamo per migliorare. In realtà è il miglior modo per non fare. Avevamo partecipato al bando al tempo dell’Expo, abbiamo solo perso molti soldi. Adesso realizzare 2 milioni di metri cubi su 64 km quadrati senza risorse la vedo assai dura.
Da tecnico, la convincono di più la concessione unica o le mini-concessioni?
Le “mini” vanno bene purché all’interno di un masterplan molto dettagliato. La concessione unica rischia di avere l’effetto che ha avuto Portopiccolo a Sistiana: minime ricadute di lavoro e forniture sul territorio. Se uno è padrone unico, del resto, compra dove gli pare e gli conviene. Servirebbero accordi di sistema sul territorio...
Al complesso in costruzione della ex Maddalena, dove vi è scappato il cliente Carrefour, annunciate “housing sociale”. Ma questo chi lo paga?
Abbiamo molte proposte per riempire quel centro commerciale (che sopra avrà una piazza urbana “vista mare”), ma la novità è di questi giorni. È nata la prima società di “Social housing Fvg”, dei 280 alloggi previsti alla Maddalena 150-170 potrebbero venir conferiti dalla nostra società Generalgiulia a questa nuova.
E poi che cosa succede?
Sono appartamenti o in vendita a prezzo calmierato, o a riscatto, o in affitto per chi non rientra nei parametri Ater ma non riesce ad avere mutui dalle banche. Della società (che deve restituire il capitale e remunerare i soci al 5%) fanno parte imprenditori edili, cooperative sociali, professioni, Cassa depositi e prestiti e banche locali, la capofila è la Finint, grande società di gestione del risparmio. In programma ci sono 800 appartamenti in Fvg, specie se già in costruzione o con iter avviato. Noi ci stiamo mettendo sangue e sudore. Spero senza lacrime...
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