A Trieste la Lampedusa nascosta fotografata da Mara Fella

 La mostra in Consiglio regionale in piazza Oberdan

Una delle foto di Mara Fella
Una delle foto di Mara Fella

TRIESTE Sdoppiata tra salvezza e detenzione: la Lampedusa di Mara Fella. Mani sporche e rovinate dalla fatica che sistemano le reti da pesca, un biberon abbandonato tra gli scogli, la costa rocciosa che si getta a mare, poche pecore al pascolo. Scatti scarni, in un bianco e nero che invita a concentrarsi sull’essenziale: la realtà di un’isola che, senza volerlo, è diventata un simbolo del fenomeno migratorio, e dei suoi abitanti, gli unici che la vivono anche d’inverno, quando gli sbarchi diminuiscono e i turisti non si vedono proprio. Prosegue il viaggio della mostra fotografica di Mara Fella “Amuri di pietra. Lampedusa, l’isola che c’è”: l’esposizione, curata da Angelo Bertani, fa tappa a Trieste, nel palazzo del Consiglio regionale. A farla approdare nel capoluogo giuliano è stato il consigliere regionale del Patto per l’Autonomia civica Fvg Enrico Bullian: sarà visitabile per tutto il mese di febbraio. La mostra, racconta l’autrice isontina, è il frutto di un suo viaggio intrapreso sull’isola a dicembre 2022, su stimolo dell’Associazione culturale Thesis e di Dedicafestival di Pordenone, che nel 2023 ha avuto come protagonista la scrittrice francese Maylis de Kerangal: “Nelle prime righe del suo libro “Lampedusa” c’è un’immagine - sottolinea la fotografa -: è sera e una lampada accesa proietta un cono materializzato da particelle in sospensione. Lei si chiede se una volta spenta la luce quelle particelle continuino a esistere; io mi sono domandata cosa rimanesse a Lampedusa una volta spenti i fari intermittenti della narrazione mediatica e quelli della promozione turistica, e la risposta è quello che troverete esposto in mostra”. L’obiettivo di Fella infatti era proprio quello di discostarsi dai due tipi di narrazione che vanno per la maggiore quando si parla di Lampedusa: il reportage giornalistico e la promozione turistica. “Anche per prendere le distanze da entrambe ho scelto di utilizzare il bianco e nero”, spiega l’autrice. Un bianco e nero che rende anche la doppia faccia dell’isola: “Volevo mettere in evidenza la sua natura contraddittoria: se da un lato è luogo di salvezza, dall’altro è anche luogo di detenzione. Da un lato ci sono quindi gli scatti fatti in occasione di incontri estremamente profondi e toccanti dal punto di vista umano. Come quello con un pescatore che sembrava un po’ quello cantato da De Andrè, che versa il vino e spezza il pane per chi dice che ha sete e fame. Dall’altro, invece, ci sono gli scatti che raccontano il dramma dei naufragi, ma in maniera indiretta. Perché non mi è stato possibile avvicinarmi e parlare con le persone tratte in salvo, che dopo le prime operazioni di soccorso a terra vengono caricate sugli autobus e condotte all’hotspot. Perciò ho deciso di raccontare questo aspetto immortalando, per esempio, gli oggetti che rimangono, come tracce del loro passaggio, su scogli e spiagge, o le imbarcazioni frantumate sulle rocce”. Da questo diario di viaggio è nato un legame particolare con l’isola, che ha portato Fella a tornarci qualche settimana fa: “In questo ritorno a Lampedusa ho avuto nuovamente una conferma: per quanto gli abitanti dell’isola possano sentirsi abbandonati dalle istituzioni, diffidenti nei confronti delle politiche attuate dai vari governi e fortemente critici riguardo a un certo tipo di giornalismo sensazionalistico, non hanno invece mai espresso parole d’odio nei confronti delle persone in movimento. E questa è una grande lezione che vorrei poter condividere”.

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