A2a: «Una sola mela marcia in centrale»

Nella maxi-truffa delle biomasse coinvolto un unico dipendente. Il vertice dell’impianto: «Un aiuto dagli altri lavoratori»
Altran Mf-ENDESA dal mare Altran Mf-ENDESA
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di Tiziana Carpinelli

Per A2a, parte lesa della maxi-truffa venuta alla luce martedì con un blitz del Noe che ha interessato oltre al Friuli Venezia Giulia, anche Veneto e Lombardia, si è trattato di «una sola mela marcia». Un unico dipendente infedele su un bacino di 165 lavoratori, «cautelarmente sospeso» nel suo incarico a seguito delle indagini avviate lo scorso marzo dalla Procura distrettuale antimafia di Trieste. Una persona insospettabile, che dal 1975 lavorava nella centrale di Monfalcone, assumendo negli anni ruoli di sempre maggiore spessore, fino a raggiungere vertici dirigenziali, pure la mansione di responsabile di esercizio. Subordinato, per ruolo, solo all’ingegner Luigi Manzo, direttore della centrale e unico al corrente della delicata inchiesta, obbligato al silenzio proprio per non compromettere l’attività investigativa, durata 7 mesi e imperniata su controlli, pedinamenti, riprese video e intercettazioni.

Un “quadro”, dunque, Giuseppe Picini, l’udinese di 60 anni sottoposto lo scorso 8 novembre, assieme ad altre sette persone, alle misure cautelari disposte dal Gip di Trieste, Guido Patriarchi, su proposta del pm Giorgio Milillo. Provvedimenti maturati nell’ambito dell’operazione condotta dai carabinieri del Noe, col supporto dei Nos e della compagnia di Monfalcone, partita dalla denuncia a metà dicembre 2010 di A2a. Pesanti le accuse che pendono, a vario titolo, sugli otto: associazione a delinquere finalizzata alla truffa ai danni dello Stato e del privato (A2a), falso ideologico e traffico illecito di rifiuti. Picini è sospettato di essere il terminale all’interno dell’azienda: per la Procura ha consentito alla Comagri spa di Treviso di portare la biomassa (sansa di olive esausta) nell’impianto e di bruciarla, nonostante avesse parametri calorifici inferiori a quelli richiesti. Il raggiro, sempre secondo la Procura, era possibile grazie alla compiacenza del titolare del laboratorio Tiss di San Dorligo, attraverso false certificazioni. «Nutro personale dolore - ha commentato l’ingegner Manzo - per il mio collaboratore, ma contemporaneamente anche sollievo per aver constatato, in questi mesi, l’onestà di tutti gli altri dipendenti». Secondo quanto riferito, infatti, nel caso dei trasferimenti “fantasma” di camion di segatura, fatturati da Friul Pellet di Capriva e Bluce service di Brendola, ma mai giunti alla centrale - il secondo filone di truffa -, i primi ad accorgersi che c’era qualcosa di storto sono stati proprio i lavoratori, i quali lo hanno segnalato all’azienda. I meccanismi, in questo caso, venivano agevolati secondo l’accusa da due addetti al controllo degli automezzi della ditta Tecnim (Sergio Ciave e Jovandi da Silva), cui A2a aveva affidato lo scarico dei camion. Raggiri, in entrambi i casi, che secondo l’azienda proseguivano da tempo. E che in alcune situazioni erano avvenuti anche con la falsificazione di carte intestate e timbri di A2a.

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