Addio a Elda Vesnaver, una vita ai fornelli del buffet Da Giovanni

Nel 1955 dovette scappare dall’Istria con il marito e i figli. Dal 1962 a poche settimane fa ha lavorato nello storico locale
Elda Vesnaver
Elda Vesnaver

TRIESTE Trieste perde uno dei simboli della ristorazione locale. Se n’è andata a 92 anni Elda Ermanis, che nel 1962 con il marito Giovanni Vesnaver aprì la storica trattoria “Da Giovanni”, in via San Lazzaro, ancora oggi uno dei punti di riferimento della cucina tipica triestina.

I frequentatori dello storico buffet, fino a poche settimane fa, vedevano ancora Elda con il suo grembiule azzurro, con il piglio di chi ha in mano le redini del locale, sistemarsi a un tavolo e iniziare a sbucciare le patate da cucinare poi “in tecia” e le mele per lo strudel oppure a tagliare le zucchine e le melanzane da impanare.

Elda non riusciva a stare senza lavorare. Ogni mattina, da più di mezzo secolo, arrivava in trattoria e si dava da fare. Se un acciacco la costringeva a casa, si lamentava. La domenica e durante le settimane di chiusura per ferie era irrequieta. Si annoiava.

Agli inizi: la famiglia Vesnaver nel buffet di via San Lazzaro
Agli inizi: la famiglia Vesnaver nel buffet di via San Lazzaro

Alla signora Vesnaver la vita non ha regalato nulla. Nata a Berda in Istria si è trasferita a Vergnacco d’Istria nel 1943 dopo il matrimonio. Con il marito Giovanni ha gestito gli appezzamenti di terreno, la fattoria con cavalli, mucche e maiali e il torchio della famiglia Vesnaver.

Per un po’ la serenità e l’agiatezza sembravano accompagnare la sua vita e quella dei suoi quattro figli: Ada, Anita, Gianni e Bruno. Ma poi la guerra ha cambiato il destino dei Vesnaver buttando all’aria tutto quello che aveva costruito. I loro sogni. L’esodo dei profughi istriani, fiumani e dalmati li ha visti raccogliere in velocità i loro averi e scappare. «Quando il più piccolo dei miei figli aveva solo tre mesi, nel ’55, sotto Tito abbiamo dovuto lasciare la casa, la stalla con gli animali e tutto quanto avevamo per fuggire a Trieste», ricordava con malinconia anche agli avventori del buffet “Da Giovanni” che spesso ripercorrevano con lei quegli anni bui della nostra storia.

Qualche vestito, piatti, pentole, coperte. Tutto caricato su un camioncino dietro al quale vennero legati due manzi. Così Elda, con il marito e i quattro figli, arrivò al campo profughi di Patriciano. Un anno ammassati in uno stanzone, al freddo, con l’acqua che si ghiacciava nelle bacinelle, i letti a castello, un paravento a dividere una famiglia dall’altra. E i pregiudizi. Poi il trasferimento in una baracca a Villa Carsia.

Raccontando quegli anni terribili, senza una prospettiva e i figli da sfamare, Elda ricordava che il freddo della baracca e le difficoltà spinsero lei e il marito a sistemare una figlia che aveva bisogno di più cure al “preventorio”, il figlio piccolo, Gianni, da una nonna e il più grande, Bruno, in collegio a Cividale.

Nel 1957 i coniugi Vesnaver riuscirono ad aprire una piccola osteria in via San Vito. Poi nel ’62 l’apertura in via San Lazzaro della trattoria “Da Giovanni”. «Giovanni stava al banco e io in cucina - ricordava Elda con un sorriso - servivamo trippe e gulash, vermuth e marsala già dalle 8 del mattino. Arrivavano i portuali e le donne che avevano fatto le pulizie negli uffici della zona e si cominciava a tagliare il prosciutto cotto».

Per cinquant’anni si era alzata all’alba, prendendo l’autobus 30 per arrivare fino all’osteria e cominciare a preparare polpette, baccalà, chifel, gnocchi, ragù e minestre. «Siamo stati i primi - teneva a sottolineare - a preparare le seppioline fritte e tra i primi a servire il prosciutto cotto nel pane. Ora lo si trova ovunque, ma allora era una novità e avevamo la gente sistemata su tre file ad attendere di portarsene via qualche etto».

Riservata, di poche parole, con uno sguardo, Elda, anche dopo una certa età, metteva in riga i dipendenti distratti o gli avventori poco educati. A ricordare quegli anni fatti di duro lavoro, fatica, sacrifici, i figli da crescere e la trattoria da gestire, a Elda venivano gli occhi lucidi. Guardava i figli che hanno portato avanti quella trattoria, con orgoglio, e si rasserenava. «È stata senza alcun dubbio una madre severa - ricordano oggi i figli - che però con la sua integrità, onestà e serietà ci ha insegnato ad essere umili, ad abbassare la testa e a lavorare. Affettuosissima con i nipoti, li chiamava con regolarità malgrado alcuni di loro vivano a Londra e a New York».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Piccolo