«Addio Province, riforma alla tedesca»

TRIESTE. Paolo Panonin li chiama «distretti». Ma anche «ambiti» o «mandamenti». La questione lessicale non è centrale: un nome si troverà. Nelle intenzioni sono il dopo-Province. Per un assessore del Pordenonese gli esempi sono Maniaghese, Spilimberghese, Sanvitese, Sacilese, Azzanese e il capoluogo con il suo hinterland. Più difficile immaginare ciò che potrà accadere a Trieste, situazione evidentemente diversa. La città metropolitana? «La specificità del capoluogo può essere garantita anche in altro modo. Ma, al momento, e viste le tante sensibilità, è una posizione personale».
Si parte dalla legge 1 del 2006 targata Iacop. Un testo da aggiornare o da modificare in toto?
Una base di lavoro da cui dobbiamo sicuramente ripartire. Tenendo però conto dei problemi che dimostrò nella fase di primo impatto. C’erano gli Aster. Dopo due anni la giunta Tondo ha interrotto il percorso. Sicché gli esiti positivi e negativi della 1 sono condizionati dal fatto che non c’è stata alcuna continuità.
Qual è il modello che ha in testa per la riforma?
Quello tedesco. Trovo che sia un modello che applicherebbe i concetti inseriti nel programma di Serracchiani, cioè il libro verde delle autonomie.
Sostanzialmente?
Penso a un sistema dualistico: Regione e Comuni come riferimenti territoriali. Superando nel contempo l’articolazione provinciale, ma prevedendo comunque organizzazioni di area vasta.
I distretti?
Chiamiamoli distretti, ambiti, mandamenti. Saranno comunque organizzazioni più piccole e omogenee delle Province.
Più nel dettaglio?
Territori con un limitato numero di comuni che danno dignità alle dimensioni e consentono la gestione dei servizi in forma associata senza però annullare le identità. Agevoleremo i percorsi di fusione dei comuni, ma ci si deve arrivare con consapevolezza, non per imposizione.
Quanti potrebbero essere questi distretti? E con quanti abitanti?
Non ci sarà un numero fisso di abitanti. Ce ne potranno essere di 35mila come di 50-60 mila. La riforma non può pretendere di fissarsi su schemi di questa natura. L’articolazione territoriale comprende ragioni economiche, storiche, identitarie, orografiche. Non agiremo su un foglio di carta bianca tracciando linee e quadrati, ma su un territorio che ha realtà diverse. Cercheremo di aggregare le omogeneità.
È un ragionamento applicabile anche a Trieste?
La specificità triestina è indiscutibile. C’è la città e poi ci sono Carso e Muggia. Con qualche difficoltà, ma credo che l’impostazione di base possa valere anche lì. Senza necessariamente passare per la città metropolitana.
Pensa a una gestione di tipo presidenziale di questi distretti?
Potrebbe esserci una forma di turnazione. Dipende dal vestito giuridico che gli daremo, ma è prematuro parlarne, Prima di muovermi farò una verifica territoriale, una campagna d’ascolto delle amministrazioni e dei cittadini. E, tenuto conto del programma che è vincolante, mi confronterò con la maggioranza.
L’obiettivo principale è il risparmio?
Non credo ci si arriverà nell’immediato. La nuova articolazione, da subito, riuscirà però senz’altro a migliorare i servizi.
Il fatto che la Provincia di Udine sia appena andata al voto è un ostacolo?
Ho incontrato il presidente Fontanini e abbiamo condiviso che l’organizzazione territoriale non funziona al meglio. Ci divide il metodo: lui immagine una grande realtà friulana e Trieste dall’altra parte. In un regione piccola come la nostra non è, secondo me, un assetto opportuno. Dopo di che, è vero: il voto in Provincia di Udine legittima Fontanini alla difesa “sindacale” della sua realtà. E ci impedisce di poter intervenire su quel territorio. Del resto, la nostra potestà non ci consente di sopprimere le Province, non senza le condizioni normative fissate a Roma. Nell’attesa, però, inizieremo a lavorare immaginando un giorno in cui avremo la possibilità di agire. E per quel giorno la riforma dovrà essere pronta.
Si opporrà comunque al voto provinciale nelle altre tre Province?
La Corte costituzionale si deve esprimere sul ricorso dell’Upi rispetto alla norma nazionale in materia. Se quel decreto viene affossato, dovremo valutare come muoverci.
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