Arriva la causa pilota triestina per i risarcimenti del Dieselgate

È una triestina di 56 anni, che ha acquistato una Golf, la prima querelante della causa-pilota, davanti al giudice di pace, in merito al Dieselgate, la contraffazione attuata sulle centraline elettroniche delle vetture del Gruppo Volkswagen per aggirare le sempre più stringenti norme anti-inquinamento.
È un contenzioso dalle dimensioni e cifre in gioco potenzialmente enormi, basti pensare che solo per fronteggiare eventuali rimborsi negli Stati Uniti, la Casa ha stanziato 110 miliardi di dollari.
Trieste dunque è tra i pionieri di questa mossa giuridica, dopo che a Verona un altro gruppo di consumatori ha già intentato una causa sullo stile “class action” così popolare e mediatizzata negli States. Dietro l’”apripista”, un paio di decine di altri automobilisti sono pronti a seguirne le orme. «Io ho preferito questo iter perché più veloce, e ho già un’altra quarantina di clienti pronti a imitare la mia assistita» inizia l’avvocato Gabrio Laurini, gentleman driver, che con il collega Andrea Busetti ha preparato un voluminoso e dettagliatissimo dossier che accompagna l’istanza. E che, anche da appassionato di marchi sportivi tedeschi, tiene subito a precisare: «Data la tipologia di reati in ballo, il Codice del consumo ci obbliga a citare a giudizio il venditore locale, in questo caso la concessionaria Eurocar, ma è chiaro che loro non hanno alcuna colpa. Non potevano sapere assolutamente nulla. “Chiameranno in manleva”, come si dice in gergo tecnico, cioè “gireranno” molto probabilmente le responsabilità ad Autogerma, l’importatore italiano, che a sua volta si rivarrà sulla Casa madre in Germania».
Ma quali sono i reati contestati? Laurini spiega la genesi della vicenda: «Il Dieselgate scoppia lo scorso settembre. Il Gruppo Volkswagen, Audi, Seat, Skoda risulta avere applicato, su vetture con propulsore a gasolio dotate del motore recante la sigla EA189 con cilindrate da 1.600 a 2mila cc, un sistema di alterazione delle emissioni del motore commettendo quindi gravi reati, tra i quali a titolo esemplificativo e non esaustivo, la frode in commercio, di cui all’articolo 515 del Codice penale, la truffa (art. 640 Cp), e l’inquinamento ambientale, secondo l’art. 452 bis del Codice penale». I tedeschi, in poche parole, mentendo sulle caratteristiche delle proprie auto così come pubblicizzate, avrebbero tradito la fiducia degli acquirenti ponendosi oltretutto in vantaggio rispetto alla concorrenza. In tale senso l’Autorità garante della concorrenza e del mercato il 4 agosto scorso avrebbe irrogato in solido alle società del Gruppo teutonico una sanzione pecuniaria di 5 milioni di euro per avere commercializzato in Italia, dal 2009, vetture sia diesel che benzina con emissioni inquinanti non corrispondenti ai valori dichiarati in sede di omologazione.
«In pratica - sostiene il legale - si sarebbe fatto ricorso a un software nella centralina di controllo del motore in grado di fare sì che il comportamento del veicolo fosse diverso durante i test su rulli rispetto all’utilizzo su strada». In seguito a tale riscontro, solo in Europa il Gruppo ha richiamato 8,5 milioni di suoi veicoli mentre negli States ha riconosciuto di avere utilizzato un algoritmo che artificiosamente riduceva i valori di Nox-Co2 durante i controlli. Il tutto mentre il produttore delle centraline, Bosch, ha negato di essere stato coinvolto nell’uso illecito del suo sistema. «La causa è complessa ma altrettanto chiara - termina Laurini - e le ipotesi di danno, per i clienti, sono molteplici. Anche dopo la rimappatura corretta delle vetture, queste non avrebbero più le prestazioni originali in quanto per rientrare nei parametri di legge risentirebbero di una diminuzione di potenza e di un aumento dei consumi di gasolio». Ma non finisce qui: l’avvocato-driver prefigura «una svalutazione di tali veicoli sul mercato dell’usato» e finanche i danni derivanti da pubblicità ingannevole e alla salute, con l’esposizione a una fonte d’inquinamento diversa da quella dichiarata e omologata.
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