Cannabis shop a rischio chiusura Le titolari: siamo nella legalità

Le due giovani del CBWeed proseguono l’attività ma temono per il futuro dopo la pronuncia della Cassazione. Cisint: Spiace per chi lavora, ma sentenza giusta
Bonaventura Monfalcone-27.11.2018 Negozio di Canapa legale-Corso-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura
Bonaventura Monfalcone-27.11.2018 Negozio di Canapa legale-Corso-Monfalcone-foto di Katia Bonaventura



Mentre già ieri pomeriggio circolava la notizia da Sanremo di una proposta di class action contro la decisione della Cassazione, avanzata dal titolare di una rivendita di prodotti con cannabis light che aveva chiuso una pizzeria da asporto per aprire quel negozio, anche a Monfalcone si apre un punto interrogativo. Infatti dallo scorso autunno, in corso del Popolo, ha fatto capolino, senza troppo clamore, un’attività interamente declinata alla foglia a cinque punte più nota sul pianeta: la canapa. Si chiama CBWeed e rientra in una catena di cannabis-shop. La gestione è in mano a due giovani imprenditrici bisiache, la staranzanese Elisa Ruggiero di 40 anni e la pierissina Martina Medelin di 28, che dopo aver appreso della pronuncia si sono consultate con la categoria. «Per Federcanapa la chiusura dei negozi non è automatica dopo la sentenza – spiega Martina – e comunque bisogna attendere le motivazioni».

La Corte di cassazione a sezioni unite ha equiparato la vendita di cannabis light a quella di uno stupefacente, dunque punibile ai sensi della legge del 1990 sulle droghe, a meno che «tali prodotti siano privi di efficacia drogante». Come a suo tempo dichiarato, al punto vendita di corso del Popolo, la merce sugli scaffali spesso contiene un livello di thc molto basso, inferiore allo 0,2%. Ci sono prodotti alimentari, come pasta con farina di canapa e pesto al basilico con semi di cannabis, lecca lecca, caffè e cosmetici sotto forma di creme, unguenti e olii. Prodotti descritti come al 100% naturali e biologici, provenienti da Svizzera, Paesi Bassi e pure dall’Italia, soggetti a controlli in laboratorio. Solo per le infiorescenze, la sostanza psicoattiva si trova in quantità comprese tra lo 0,2 e lo 0,5%, invece per tisane rilassanti è al di sotto dello 0, 2.

«Se il thc – spiega Martina – è inferiore allo 0,5% allora non è raggiunta la soglia drogante e infatti qui non si vende alcun prodotto con tale efficacia. La polizia lo può verificare e ben vengano i controlli». Per la commerciante, in linea con Federcanapa, «non può considerarsi reato vendere merce derivata dalle coltivazioni di canapa industriale con livelli di Thc sotto quei limiti». Sempre Federcanapa si augura «che anche le forze dell’ordine si attengano a questa netta distinzione tra canapa industriale e droga nella loro azione di controllo e che non si generi un clima da “caccia alle streghe” con irreparabili pregiudizi, patrimoniali e non, per le numerose aziende del settore». Le negozianti del CBWeed hanno investito nel settore intravedendo un business, ma ora rischiano di veder cambiate, di punto in bianco, le carte in tavola: «Ho aperto – dice Martina – perché le norme lo hanno consentito. Mi sento dalla parte della legalità. Pago le tasse e vorrei aver certezza sul mio destino. È naturale che ora mi senta preoccupata per il posto di lavoro, ma qui non c’è nulla di sbagliato».

Questo, invece, il commento del sindaco Anna Cisint, ieri reduce da un’iniziativa con la Lilt per la Giornata mondiale senza tabacco: «Tutte le dipendenze creano schiavitù. Mi dispiace per i posti di lavoro, ma non credo che quelle bustine vengano tenute come soprammobili in casa e mi fa terrore l’idea che i nostri giovani possano avere la possibilità di usare sostanze stupefacenti: per me la droga è morte e dunque sono molto contenta della pronuncia della Cassazione». «In generale – conclude – sono sfavorevole a qualsiasi liberalizzazione». –



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