Caso Rasman, negato il maxi risarcimento

La Cassazione ha respinto il ricorso presentato dalla famiglia di Riccardo Rasman, il 34enne triestino morto nel 2006 in seguito all’irruzione della polizia nella sua abitazione di Borgo San Sergio. I parenti di Rasman chiedevano un ulteriore risarcimento per le sofferenze patite da Riccardo: 6 milioni e 800 mila euro.
In caso di accoglimento quei soldi si sarebbero aggiunti alla somma di un milione e 200 mila euro quantificata nel 2017 dalla Corte d’appello del Tribunale civile: i giudici avevano di fatto confermato la sentenza di primo grado sul risarcimento – nel frattempo già regolarmente liquidato – che il ministero dell’Interno e i tre agenti della Questura di Trieste coinvolti dovevano pagare ai familiari. Quanto al penale, risale al dicembre 2012 la sentenza della Cassazione che aveva confermato in via definitiva la condanna per omicidio colposo a sei mesi di reclusione per i tre poliziotti (pena sospesa).
La famiglia Rasman non si arrende. «In Cassazione abbiamo perso una battaglia, ma la guerra continua» ha commentato ieri l’avvocato Claudio Defilippi annunciando le prossime mosse: il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo e la richiesta di revocazione della sentenza civile. «Non è accettabile – ha affermato – che per un caso così grave, a nostro avviso peggiore di quelli di Cucchi e Aldrovandi, l’unico risarcimento concesso sia quello di 1,2 milioni dato alla famiglia, senza riconoscere la sofferenza subita da Riccardo e durata 20 minuti. Riteniamo ingiusto che la Cassazione non abbia applicato i criteri del danno catastrofale, per quegli interminabili minuti di agonia in una situazione di incaprettamento e soffocamento, o quantomeno del danno terminale. Anche il danno patrimoniale, ingiustamente, non è stato riconosciuto». «Qui rischia di passare un messaggio inaccettabile – ha proseguito Defilippi – e cioè che se una persona resta menomata ha diritto al risarcimento per la sofferenza subita, ma non se muore. Un’altra considerazione che ci spinge a chiedere la revocazione della sentenza civile. Ribadisco che quello di Rasman è un caso molto grave, a seguito del quale per la prima volta ci sono state delle condanne a carico di poliziotti. E ricordiamo che ancora nessuna istituzione ha chiesto scusa alla famiglia, sebbene l’Avvocatura non si fosse costituita in giudizio. Lo Stato, di fatto, non si è mai difeso e questo è un segnale da non sottovalutare».
Tornando alla Corte europea, l’avvocato della famiglia Rasman è intenzionato a fondare il ricorso a Strasburgo sull’articolo 2 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo, quello del “Diritto alla vita”. —
P.T.
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