CAUCASO, RISCHIO BALCANICO
Di fronte al conflitto russo-georgiano e al riconoscimento da parte di Mosca della indipendenza dell'Ossezia del Sud e dell'Abkhazia, da più parti si paventa il rischio di una "balcanizzazione" del Caucaso. Già nel momento in cui si era posto il problema della separazione del Kosovo dalla Serbia, si era anche posto, o comunque evocato, il problema degli altri Paesi che avrebbero potuto seguirlo sulla strada indipendentista. Non solo nell'Europa dell'Est ma nello stesso Occidente: i Baschi, i Catalani, i Còrsi, per non parlare dell'Alto Adige in Italia o dell'Irlanda del Nord…Nel momento della disgregazione della Jugoslavia abbiamo visto che l'Europa non aveva un criterio definito, univoco di approccio: la Germania e il Vaticano, ad esempio, hanno subito riconosciuto la Croazia e la Slovenia, invece la Francia ha esitato fino all'ultimo, e l'Italia e la Spagna a loro volta hanno atteso di vedere cosa avrebbero fatto gli altri partner europei e l'America.
Con l'aggravarsi della crisi jugoslava e l'esplodere di quella kosovara, la Nato imboccò la scorciatoia militare ordinando il bombardamento non solo del territorio kosovaro ma anche di Belgrado. Quegli aerei partivano proprio dall'Italia, da Aviano, e fecero parecchie vittime "collaterali". C'è anche qui una analogia con il bombardamento russo della Georgia. A cambiare sono le proporzioni dell'azione militare: quella russa sembra molto più brutale. Ma le generalizzazioni non sono raccomandabili. Sarebbe necessario osservare e definire ogni caso particolare, esaminandolo in quanto tale. Bisogna dire che il Kosovo non è un modello.
E' un problema, e tale è rimasto anche dopo l'indipendenza. Il Kosovo, sia come "modello" o come problema, ha una lunga storia. Un tempo apparteneva, prima della conquista turca, allo Stato serbo. Dopo la caduta dell'impero Ottomano, e le guerre balcaniche, appartenne di nuovo alla Serbia. Durante la seconda Guerra mondiale, fu occupato dalle truppe di Mussolini. Il regime di Tito ha dato al Kosovo lo statuto di una "regione autonoma" nello Stato jugoslavo. Una forte espansione demografica degli albanesi in Kosovo ha cambiato radicalmente le proporzioni della popolazione kosovara, con quella albanese che raggiunse più di 90% degli abitanti - una specie spontanea di "pulizia etnica".
Resta il fatto che il Kosovo è stato perso dalla Serbia dopo l'aggressione di Milosevic' alla popolazione kosovara. Quell'atto era e resterà per sempre un crimine. Ingiustificabile. Ricordo quei terribili giorni come fosse oggi: vedo centinaia di migliaia di civili, donne, bambini, anziani, scacciati dalle loro case, fuggire dai loro villaggi in fiamme per cercare rifugio in Montenegro, in Albania, in Italia. Ero a Otranto e ho pianto nel vedere gommoni stracarichi di profughi kosovari che spesso affondavano al largo delle coste italiane. Una umanità sofferente in balia delle mafie albanese, montenegrina, italiana.Per questi disperati il ritorno sembrava impossibile.
Questo va ricordato quando si cita il Kosovo come esempi. Quale esempio e di che cosa? In questa vicenda occorre, a mio avviso, prendere in considerazione due elementi. La volontà imperiale della Russia che intende continuare ad esercitare il proprio dominio in quella che considera la sua sfera d'influenza, operando con la forza perché il suo interesse non venga messo in discussione. D'altro canto, è giusto, doveroso chiedersi quale sia l'interesse che ha portato gli Stati Uniti a piazzare "scudi" nucleari alle frontiere russe, con le testate dei missili rivolte verso le città russe. Di certo, questo interesse non si chiama pace. L'amara e inquietante verità è che non siamo ancora usciti dalla Guerra Fredda. E per quanto riguarda la "balcanizzazione" stessa, così spesso evocata in questi giorni, essa riposa sul destino infelice dei piccoli popoli e delle minoranze nazionali.
Come ieri nei Balcani, così oggi in Caucaso, non credo che le superpotenze vogliano aiutare questi popoli. Cosa possiamo finalmente chiedere oggi all'Europa alle prese con la crisi caucasica? Forse di definire gli atteggiamenti che siano degni dell'Europa stessa e di una modernità che tenga conto dei suoi fallimenti e dei suoi successi.
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