Cervelli in fuga: «Tornare sarebbe bello ma è troppo difficile»

Quattro giovani triestini all’estero e un filo conduttore: in Italia le prospettive a lungo termine sono poche o nulle
Di Giovanni Tomasin
Foto Bruni 08.08.13 Stazione Roger:politica e lavoro web giovanile
Foto Bruni 08.08.13 Stazione Roger:politica e lavoro web giovanile

Il problema è sempre quello: in Italia e a Trieste le prospettive a lungo termine sono poche o assenti, e non resta che andarsene. Questo è il filo conduttore delle quattro esperienze, per certi versi molto diverse tra loro, presentate nell'incontro "In fuga da Trieste: racconti di giovani all'estero", organizzato ieri alla Stazione Rogers dal Pd. C'è chi fa il ricercatore in America, chi lavora per Google in Svizzera, chi fa il tecnico di laboratorio alle Canarie e perfino chi cambia emisfero per andare a fare il viticoltore in Australia. Dovunque, insomma, purché ci sia qualche prospettiva.

Il primo a presentare la propria esperienza, davanti a un pubblico piuttosto ampio e molto interessato, è stato Gabrijel Cernigoi, laureando in enologia all'università di Nova Gorica: «Durante il mio Erasmus in Francia ebbi l'idea di andare a scoprire la viticoltura nell'altro emisfero - ha raccontato -. Così sono partito per l'Australia e sono finito a lavorare in un'azienda agricola a cinque ore d'auto da Perth, sull'Oceano indiano». Un'esperienza molto faticosa, soprattutto in periodo di vendemmia, ma fruttuosa. E incomparabile all'Italia sotto il profilo economico: «La paga settimanale ondeggiava fra i 900 e i 1100 euro». Conclusa quell'esperienza, Gabrijel è tornato a Trieste, dove conduce una piccola osmiza, ma «il biglietto per tornare in Australia a dicembre è già pronto».

Di tutt'altro genere la parabola professionale di Paolo Codega, attualmente in post-dottorato alla Columbia University di New York. Studioso di neuroscienze, dopo il dottorato alla Sissa Codega è andato a vivere negli Usa con la moglie cinque anni fa: «Il gruppo con cui lavoro nel mio laboratorio è quasi completamente composto da non americani - ha detto in collegamento Skype -. In Italia, Sissa a parte, è difficile trovare un collega che non sia italiano: la mancanza di risorse investite in ricerca fa sì che non siamo attrattivi per i nostri cervelli e neanche per quelli degli altri». Eppure la preparazione degli scienziati italiani è apprezzata negli Usa: «Quel che fa rabbia è che lo Stato italiano forma eccellenti ricercatori che poi non riescono a trovare sbocchi». Per Codega l'idea di tornare in Italia è bella e complicata al contempo: «Mi piacerebbe contribuire al progresso della comunità scientifica italiana, ma in patria le certezze sono poche. Negli Usa il posto fisso non esiste e l'ambiente è molto competitivo, ma gli investimenti sono talmente ampi che è facile trovare nuovi impieghi».

Simile la situazione di Sara Magliacane, una programmatrice che è finita a fare il suo dottorato ad Amsterdam dopo un percorso universitario fra Trieste e Milano: «Essere un dottorando in Olanda è meglio - ha spiegato -. Inoltre qui è possibile prendere delle pause per fare tirocini». In questo periodo infatti Sara lavora per Google a Zurigo, occupandosi di mappe: «Il mio sogno però è andare negli Usa per un periodo; per una programmatrice è il posto più stimolante dove lavorare - ha detto -. In Italia ci vorrei tornare, come tutti, però soltanto con la prospettiva di un lavoro soddisfacente».

La biologa marina Karin Desko ha raccontato in un videomessaggio la storia del suo peregrinare, che l'ha portata a cercare lavoro alle Mauritius, in Australia, in Sudamerica, a Bruxelles e ora alle Canarie. Tante tappe inframmezzate da periodici e mai definitivi ritorni in Italia: «La nostalgia di casa c'è ma le difficoltà ti scoraggiano a tornare - ha spiegato -. Alle Canarie faccio il tecnico di laboratorio, non è il mio sogno ma all'estero posso adattarmi a cambiare. In Italia no. La condizione per tornare a casa sarebbe poter fare quello per cui ho studiato».

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