COMMERCIO, LUCI E OMBRE
Se un nuovo bar rispetta l'igiene e la sicurezza, perché mai dovrebbe essere un impiegato comunale, e non l'imprenditore che rischia del suo, a decidere se in quel rione vi sono già troppi locali (o farmacie, o ristoranti, o negozi di leccalecca)? E se un supermercato vuole vendere anche i giornali, perché un regolamento comunale deve costringere i suoi clienti a recarsi piuttosto nell'edicola al di là della strada, come oggi accade? Se un negozio di abbigliamento intende assumere due studenti universitari con un "contratto weekend" per aprire anche la domenica, perché la legge regionale dovrebbe impedire ai cittadini di trovarlo aperto? E se quello stesso negozio ritiene di avviare gli sconti al 2 gennaio anziché al 7, poiché tanto non vi entra anima viva in attesa dei saldi, perché deve essergli vietato? Ciò pure accade oggi, e tutti anticipano gli sconti sottovoce e sottobanco. Queste e molte altre domande suscita la bozza di revisione della legge regionale sul commercio, che la nuova giunta porterà in aula in autunno. Una bozza piacevolmente riformista e liberalizzatrice nella maggior parte dei punti, restrittiva e dirigista in alcuni altri: evidente la volontà di trovare un equilibrio tra soluzioni gradite e sgradite al mondo del commercio (o a parte di esso), ma anche il guazzabuglio che ne risulterebbe.
Di buono c'è molto. La liberalizzazione alle aperture degli esercizi pubblici, come pure la soppressione delle distanze minime previste tra un'edicola e l'altra, eliminerà alcune ossessioni pianificatorie incompatibili con la vita moderna e con il diritto di fare impresa. I consumatori sanno scegliere meglio della pubblica amministrazione se un locale merita di stare aperto o meno. Lo stesso vale per i prezzi ribassati nell'abbigliamento: per qual motivo al mondo devono esser consentiti solo dal tale dì alla tale ora? O i negozi sono in grado di praticare prezzi migliori sempre, e allora non si vede perché l'acquirente debba pagare di più; oppure non lo sono (ed è quasi sempre così), e allora continueranno a fare gli sconti in periodi limitati, ma che potranno essere diversi l'uno dall'altro. La convinzione di alcuni operatori che i saldi esistano per svuotare i magazzini svela un mondo alla rovescia: un prezzo più favorevole è un servizio a chi compra, non a chi vende. E' comprensibile (e va tutelata) la preoccupazione dei piccoli negozi di venire travolti dai centri commerciali. Ma il loro ruolo insostituibile va difeso non con le barriere amministrative, bensì con il decoro urbano, la qualità della merce e del servizio, la cortesia e la consulenza al cliente, che sono valori inestimabili e non ritrovabili tra le luci al neon dei megacentri costruiti in serie.
Ecco perché, per converso, la restrizione alle aperture domenicali (attraverso una più ristretta definizione delle città turistiche) smonterebbe una parte del buono di cui sopra. Trieste sarebbe la prima a esserne colpita. Ed è difficile dar torto a Paolo Rovis e Maurizio Bucci, l'attuale e il precedente assessore all'Economia, quando definiscono il provvedimento "incomprensibile". Con le serrande abbassate non si tutela alcunché, ma si spingono i consumatori a Lubiana e in Veneto, dove la domenica si lavora eccome. La motivazione della riforma, evitare di vessare gli addetti nei giorni festivi, è nobile. Ma la soluzione sta nella rotazione dei turni e nella flessibilità dei contratti, non nelle saracinesche. Il rischio è che per sgravare i dipendenti dal lavoro domenicale, si finisca per sgravarli anche nel resto della settimana.
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