CON IL FEDERALISMO COMUNI VIRTUOSI

Dopo anni che se ne discute il federalismo sembra avviare i primi passi concreti, partendo dall'introduzione del federalismo fiscale. Secondo il quale, comuni, province e regioni dovrebbero stabilire un legame diretto fra le spese che fanno e le tasse che impongono. Senza entrare in una discussione di principio se sia un bene o un male, si potrebbe tentare di capire che cosa il federalismo fiscale potrebbe comportare per il funzionamento dei nostri enti locali.


Nei giorni scorsi l'attivissimo Ufficio studi dell'Associazione artigiani di Mestre ha condotto una indagine sulla differenza fra le entrate proprie e la spesa corrente delle regioni e dei comuni italiani. Da essa emerge la situazione precaria della nostra regione, dove il saldo medio per comune tra entrate proprie e spesa corrente è negativo e pari a 2.167.000 euro, un valore quasi doppio della media nazionale, che colloca il Fvg in un non invidiabile quarto posto fra le regioni italiane, dopo Sicilia, Campania e Puglie. Considerando in che misura i comuni capoluogo di provincia coprono la spesa corrente con entrate proprie, si ha che Pordenone è la più autosufficiente e Gorizia la più dipendente da trasferimenti esterni. Infatti, a Pordenone le entrate dalla tassazione dei propri cittadini coprono il 65,1% delle spese correnti, a Trieste il 63,7%, a Udine il 54,5% e a Gorizia il 46,1% (la media nazionale riferita a tutti i capoluoghi è 69,2%). Al di sotto di loro, a parte Aosta, Bolzano e Trento che si trovano in condizioni di assoluto privilegio, vi sono solo città del tanto disprezzato profondo sud.


È ben evidente che l'introduzione del federalismo fiscale costringerà i nostri comuni ad adottare comportamenti molto più virtuosi degli attuali, perché dovranno rivedere le modalità con cui spendono i soldi dei cittadini e renderne conto correttamente. L'associare le spese al prelievo che operano sui cittadini, imporrà ai sindaci di esplicitare le ragioni per cui modificano aliquote e basi imponibili locali e per farne che cosa. Non potranno scaricare sullo stato o sulla regione inefficienze e scelte proprie e il malcontento dei cittadini.


Ci sarà una assunzione vera di responsabilità da parte di chi amministra, ma anche da parte dei cittadini. Questi dovranno prendere coscienza che un bene sociale di cui godono senza sostenere un costo diretto comporta comunque un costo per la comunità e grava sulle finanze pubbliche, e che questa situazione non è accettabile. Saranno costretti a vigilare con molta attenzione sull'operato dei sindaci e a pretendere chiarezza per le spese fatte e spiegazioni delle scelte di spesa adottate. Forse impareranno a sviluppare forme di auto aiuto e di auto organizzazione e a pretendere qualcosa di meno. Soprattutto, a costruire una gerarchia delle cose importanti sulle quali il comune si deve impegnare.


Sicuramente gli enti locali dovranno cominciare a tagliare spese inutili: ce ne sono tante, spesso destinate a creare inconsistente immagine e a mantenere una rete parassitaria. L'esempio lo sta dando la giunta Tondo, con i tagli di iniziative che portano vantaggi solo ai promotori e dei costi di funzionamento dell'apparato amministrativo. Ci sono ancora altri ambiti in cui intervenire, in particolare in tutto quel ginepraio di contributi, benefici, strutture che servono per mantenere un impianto sociale corporativo, anacronistico e soffocante di ogni innovazione e tentativo di modernizzazione, ma ben robusto grazie anche a finanziamenti regionali, cioè di tutti.

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