Consiglio comunale: recitato il requiem per Porto Vecchio

In assenza di Autorità portuale e Portocittà, attori protagonisti della tragicommedia, la seduta speciale del Consiglio comunale si è tramutata in una sorta di requiem per il Porto vecchio. Un concerto di musicisti autorevoli, certo, ma che è finito per suonare più che altro come una presa d’atto del vicolo cieco in cui il destino del waterfront triestino sembra essere finito.
Cominciando dalla fine, i due interventi più sferzanti sono stati senza dubbio gli ultimi due: quelli dell’architetto Fabio Assanti (Greensisam) e dell’ex presidente dell’Autorità portuale Claudio Boniciolli. «Lavoro al progetto Greensisam dal 2000 - ha detto Assanti -. Ho la sensazione che fino a ora si sia parlato a livelli troppo alti. È assodato che la vocazione trasportistica del Porto vecchio non ci sia più. Ma se ha da essere città, le istituzioni devono pensare in anticipo come regolare quell’area prima di dare concessioni. Altrimenti si crea un intreccio di interessi fra enti che pesa sulle spalle del privato. Dopo 13 anni Greensisam ancora non sa chi dovrà erogare gas ed elettricità, e paga 600mila euro l’anno. Ormai non c’è più da chiedersi che utile se ne potrà ricavare, ma se si riuscirà ad arginare il disastro». Questi invece alcuni passaggi del lungo intervento di Boniciolli: «Prendiamo atto del fatto che il Porto vecchio è un’isola dal punto di vista logistico, a carattere demaniale e con un piano regolatore che prevede la portualità allargata. Da qui bisogna partire». I problemi giuridici che oggi sembrano insormontabili, secondo Boniciolli, «lo sono diventati di recente: erano superabili fino a qualche tempo fa. A Trieste ci sono esperti di livello internazionale che hanno dimostrato che il punto franco si può spostare». Ma gli investitori «non possono non tenere conto del fatto che si organizzano convegni a Roma sul punto franco e che si fanno dichiarazioni politiche sull’importanza del punto franco in Porto vecchio. E così poi arrivano i ricorsi al Tar, che si sa quando iniziano ma non quando finiscono. Il che corrisponde poi all’interesse di qualcuno a tenere tutto fermo».
In apertura di seduta il sindaco Roberto Cosolini ha ricapitolato la sua posizione sul tema: «Il Porto vecchio non ha più le caratteristiche logistiche per essere un porto moderno, e il punto franco serve laddove si fa porto. Il nostro modello devono essere gli esempi che vanno da Genova a Barcellona».
Sulle stesse posizioni la presidente provinciale Maria Teresa Bassa Poropat, che avverte: «Di fronte alla massa di ostacoli generati sarà difficile attrarre altri investitori». Il vicesindaco di Muggia Laura Marz ha proposto che il punto franco venga spostato nell’area delle Noghere. Tra gli altri interventi, il rappresentante del Ministero dei trasporti in comitato portuale Giorgio Lillini «il punto franco va modificato quando vengono meno le condizioni portuali, ma non si può chiedere di farlo all’Autorità, che non ne ha l’autorità». Dialogo difficile, insomma. Tanto più difficile, verrebbe da dire, quando gli interlocutori sono assenti.
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