Da Mostar a Timor Est le crisi internazionali viste dal peacekeeper

«I conflitti ci sono sempre stati nel mondo. Oggi però sono più complessi e, soprattutto, la loro percezione è diversa, perché le televisioni e i social, la facilità di immediata diffusione delle immagini, rendono tutto più aspro e immediato, entrando nelle case e sfidando la sensibilità di tutti e magari proponendo talvolta descrizioni non proprio aderenti alla realtà». Questa la “fotografia” tracciata ieri da Andrea Angeli, per 30 anni peacekeeper delle Nazioni unite, ospite dell’ultimo incontro stagionale del Centro studi Dialoghi europei.
Angeli, che nel corso della carriera ha operato in Namibia, in Cambogia, a Timor Est, nella ex Jugoslavia, dove rimase per ben 14 anni, in Cile negli ultimi anni della dittatura e nella Baghdad di Saddam, ha iniziato il intervento spiegando innanzitutto il significato di tale compito: «Il peacekeeper è il membro di una missione di pace che affianca militari, diplomatici e operatori impegnati nel cercare di rimettere in equilibrio un’area di crisi», ha detto, precisando subito dopo di aver attraversato «una profonda trasformazione del ruolo. A metà degli anni ’80 quando iniziai – ha aggiunto – le missioni avevano un obiettivo limitato, ben definito. Ricordo per esempio quella guidata dal generale Franco Angioni in Libano, dove fu creato una sorta di modello. Situazione completamente diversa da quella vissuta per esempio a Sarajevo o a Mostar, dove la situazione era molto più difficile e cruda e dove alla missione si chiedeva molto di più».
Nella seconda parte della carriera, è stato collaboratore del sottosegretario de Mistura, al ministero degli Esteri, assieme al quale ha seguito le fasi più difficili del caso dei marò italiani in India.
Da tale osservatorio Angeli ha notato importanti cambiamenti: «Le Nazioni unite hanno voluto alzare l’asticella, pensando che fosse sufficiente aumentare il numero dei soldati per ottenere risultati. Invece – ha ricordato – non era così. Anzi – ha ammesso – si è visto che non sempre una missione riesce a ottenere il risultato previsto».—
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