Dai bimbi agli emarginati Il vescovo invoca a Natale «una speranza per tutti»

Il ruolo della «speranza» e il valore dell’impegno nel rapporto, nello «scambio» tra l’uomo e Dio. Il Natale del 2019 sgretola, almeno in parte, la componente riconducibile alla classica tinta della “bontà” del periodo e si affida piuttosto a una visione, ancor più estesa e complessa, in grado di toccare praticamente ogni segmento della società moderna. È quanto invocato apertamente, dalla Cattedrale di San Giusto, dal vescovo Giampaolo Crepaldi nel corso dell’omelia del Natale, con parole capaci di tradursi in un accorato appello e in una sorta di abbraccio collettivo.
Si perché questa volta è il puro concetto di «speranza» a dominare il messaggio di Natale, partendo di fatto da un elemento-chiave, apparentemente criptato, all’interno della dottrina cattolica, quello che riconduce allo «scambio» tra l’uomo e Dio: «L’uomo ha dato al Verbo- Dio ciò che possedeva di proprio, ovvero la sua carne, le sue debolezze e la sua morte – ha rievocato monsignor Crepaldi citando i testi di Sant’Ambrogio – e il Verbo- Dio diede all’uomo la sua luce di Verità, la sua felicità e la vita immortale. Chiediamoci ancora, perché Dio fece uno scambio tanto sfavorevole se considerato con la misura costi-benefici? Per il suo sovrabbondante amore si è fatto ciò che siamo noi – ha aggiunto l’arcivescovo affidandosi alla esegesi di Sant’Ireneo – per fare di noi ciò che è lui stesso».
Questi, insomma, i temi alla base dell’omelia di Natale, rafforzati da un chiaro anelito alla «speranza», da alimentare in ogni strato sociale. Qui il messaggio di Crepaldi ha infatti colpito nel mucchio, avvolgendo non solo le «periferie esistenziali» care al Pontefice e da sempre protagoniste degli appelli delle festività, ma anche le altre “platee”: «Speranza per i nostri bambini – ha sottolineato l’arcivescovo – la cui crescita armoniosa deve stare al cuore di tutti. Speranza per gli sposi e le famiglie, perché non venga meno la dolcezza dell’amore vero, la serenità di un lavoro dignitoso e la generosità nel dono della vita. Speranza per gli ammalati, bisognosi anche di un sorriso e di una carezza, speranza anche per chi è emarginato».
Il messaggio dell’omelia, ancora, ha guardato anche ai pericoli disseminati tra le piaghe sociali, ricordando «l’inganno di chi vende morte sotto forma di evasione, di chi vende schiavitù sotto forma di amore». E Trieste? La città non resta estranea alla carezza natalizia: «Speranza per chi amministra la nostra città – ha concluso monsisgnor Crepaldi – e per una città chiamata a coltivare la vocazione dell’amicizia civile e un solidale sviluppo».—
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