Dieci anni senza Alfredo il Paròn del calcio azzurro

Morì a 78 anni uno dei più bravi calciatori, allievo del mitico Narciso Zelesznich. Giocò in serie A con Inter e Parma Fu tecnico della serie C

Dieci anni senza “Recia” ma in pochi lo sanno. Il calcio, professionistico e dilettantistico, dimentica in fretta. “Recia” era Alfredo Lulich (poi Lugli), uno dei più bravi calciatori che Monfalcone abbia mai espresso. Giocatore prima e allenatore poi del Crda Monfalcone, la squadra composta da molti cantierini che, smesso il terlìs, indossavano la casacca azzurra facendosi valere nel campionato professionistico di serie C. Lulich con Morin e Valentinuzzi approdò all’Inter, poi le loro strade si divisero. Alfredo calcò il grande calcio con l’Inter, il Torino, il Vigevano, il Taranto e il Parma. Suo mentore è stato Narciso Zelesznik, il padre padrone del calcio monfalconese nell’epopea della serie C. Alfredo era un uomo semplice, buono e sincero. Una versione bisiaca del Paròn Nereo Rocco. Era stato un talentuoso calciatore (un sinistro forse meglio di quello di Mario Corso, il “sinistro di Dio”) ma mai è stato tronfio della sua carriera. Anzi, “Recia” (il soprannome derivava dalle orecchie a sventola che uscivano dal volto smunto in gioventù) non se la tirava ed era un maestro a sdrammatizzare. Da dieci anni riposa in uno dei loculi a destra del cimitero nuovo. Vicino c’è il loculo di Sergio Morin, suo amico e altro grandissimo del calcio (e della vela) monfalconese. Quando si dice la combinazione. Nel frattempo hanno attaccato per sempre le scarpe al chiodo, in ordine sparso, Ive, Ciclitira, Trevisan, Di Davide, Nicoli, Covaz, Tonca, Politti, Valenti, Valentinuzzi e troppi altri ancora. Una squadra nell’azzurro cielo Crda.

Lulich sapeva, con il sinistro, spegnere una sigaretta con un calcio da venti metri. Sapeva con una battuta sdrammatizzare anche il contesto più pesante. Come quella volta, un Monfalcone-Derthona, quando a un giocatore piemontese che urlava dal dolore per la frattura della tibia gli disse: «No xe gnente, solo un po’ de sangue». Una frase che ebbe miglior effetto dell’anestesia. —

Ro.Co.

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