DOPO-FERRIERA TUTTO DA PROGETTARE
C'è un dopo a cui pensare, ed è doveroso pensarci prima. Che i destini della Ferriera siano segnati, anche se con tempi ben più lunghi di quelli suggeriti dalle cronache, è probabile. Dietro l'ostico intreccio di centraline ed emissioni inquinanti, di misurazioni e posizionamento degli apparecchi, c'è proprio una questione di sensibilità collettiva. Rileva fino a un certo punto la mole d'investimenti necessaria a rendere lo stabilimento pulito, come pure la raffreddata disponibilità dell'acquirente Arvedi. Il punto è che nel sentire attuale dell'opinione pubblica, nella percezione dell'uomo della strada di fine 2007, l'esistenza stessa di uno stabilimento di quel tipo, nel cuore di un quartiere popoloso e affacciato sul golfo, risulta inaccettabile. Non così era fino a poco tempo fa.
Fa una certa impressione rammentare le immagini in diretta tv di quell'imponente corteo cittadino di 13 anni or sono, guidato da tutte le autorità di ogni colore triestine e regionali. Senza una sola voce fuori del coro, con cui si chiedeva al governo d'incentivare il passaggio di mano e la sopravvivenza della fabbrica. Arrivarono così Lucchini e gli incentivi: da allora Servola ha fatto buoni utili, ma non grazie all'attività siderurgica, bensì alla produzione di energia elettrica che la mano pubblica è obbligata ad acquistare a prezzo maggiorato. Allora fu la salvezza, oggi appare una jattura. E' un segno dei tempi e di cultura del vivere: la probabile chiusura della Ferriera, oltre che con la salute di chi ci lavora e vive, ha a che fare con il coacervo di temi ambientali che occupano le nostre attenzioni, dal riscaldamento globale alle polveri sottili nelle città. E' anzi lodevole che le posizioni di lavoratori e residenti non siano più concepite in contrapposizione. Se chi vive a Servola è esposto, chi ci lavora è esposto tre volte: due per l'aria che respira, una per il posto che rischia. Insomma: non sarà oggi né domani, non sarà come tirare giù una saracinesca, ma presto o tardi quell'impianto chiuderà.
E se la politica - tutta - si deciderà, sarà anche grazie all'azione rigorosa e per una volta composta della magistratura. Senza l'indagine di Federico Frezza e i severi accertamenti disposti in silenzio, proprio l'antitesi del garrulo sventolìo di fascicoli a cui in Italia assistiamo da 15 anni, la questione si sarebbe trascinata ancora per un bel po'. Ma proprio perché non sarà come tirare la saracinesca, è indispensabile che fin d'ora la politica - tutta - si faccia carico del dopo, senza ritrovarsi a chiedere "e adesso?" a saracinesca serrata. E il rischio è forte, perché a oggi non c'è l'ombra di un'idea concreta, se non di qualche spunto tutto da coltivare. Tre, in sostanza, sono gli elementi in gioco: l'imprenditore, i lavoratori, l'area. Il primo punto è il rispetto di chi ha investito. La Lucchini, oggi Severstal, non è il babau. E' un'impresa che fa i suoi affari, e a Trieste ne sta facendo di buoni, ma il cui arrivo fu letteralmente invocato dalla città. Produce con emissioni insostenibili, ma l'impianto lo ha trovato dov'era.
Non lo ha rifatto da cima a fondo (condizione unica per renderlo compatibile, e però economicamente impraticabile), ma per migliorarlo ha speso parecchio. Insomma, non merita un'indegna cacciata, ma un ringraziamento e una dignitosa stretta di mano: che significa, in soldoni, un possibile coinvolgimento nelle future attività di riconversione dell'area. I lavoratori sono l'anello più debole. Tra dipendenti e indotto, centinaia di persone in strada dall'oggi al domani (e non a causa dei conti aziendali, tutt'altro che in rosso) sono un problema serio. Lungi da chi scrive proporre soluzioni all'italiana quali vitalizi mascherati, prepensionamenti generosi, posti di lavoro fittizi. L'unica soluzione sostenibile è un solido programma di riconversione professionale che trovi sbocco nella riconversione dell'area. Di qui il terzo e decisivo elemento: che fare lì, dopo? La risposta sta all'economia e non alla politica, a cui compete semmai crearne le condizioni.
L'area della Ferriera ha due punti di eccezionale valore: la posizione sul mare, che la sposa alle esigenze di vasti spazi a terra di un porto moderno, e l'attività di produzione di energia elettrica, un bene di cui il Paese intero ha bisogno come d'aria, potenzialmente collegabile - con una seconda centrale a metano - all'eventuale rigassificatore nel golfo. Porto e Acegas: sono questi gli attori a cui far capo per la riconversione. Il primo per la turbinosa attività di sviluppo dei traffici in cui è lanciato, la seconda perché è la sola, per qualità manageriali, risorse finanziarie e capacità di relazione (la futura e auspicabile multi-azienda del Nordest) a potersi impegnare in un'operazione veramente complessa.
Tale è infatti una riconversione siffatta. Per questo ci permettiamo una proposta ai pubblici amministratori: si dimentichino le centraline, lascino ad occuparsene l'Arpa, la magistratura e l'azienda. Si dedichino subito a progettare il dopo con chi saprà progettarlo. Perché tenere aperto quell'impianto ancora per anni sarebbe insostenibile. Ma vederne le carcasse abbandonate per gli stessi anni, una tetra replica del porto vecchio con i lavoratori a casa, sarebbe imperdonabile.
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