ECCO COME PUÒ DIVENTARE UN ’29
Alan Greespan, ex-Presidente della Fed, la banca centrale Usa, ha dichiarato che questa è la crisi finanziaria più grave dell'ultimo secolo; compresa, ovviamente, la Grande Crisi del '29. Ma davvero questa sarà la più grave? È difficile dirlo, perché ci sono somiglianze e differenze, rispetto ad allora. La prima somiglianza consiste nel ritorno ai cambi flessibili, com'erano prima della seconda Guerra Mondiale. Il sistema di Bretton Woods, nel dopoguerra, ancorato all'oro via dollaro, si basava su cambi fissi, limitando così i movimenti di capitali.
Nel '71, Nixon abbandonò la parità oro-dollaro; da allora i cambi dipendono dai movimenti di capitali. Se ne accorsero, nel '97, i paesi del Sud-est asiatico e, nel '98, la Russia, che videro grandi deflussi di capitali e svalutazioni delle loro monete. La seconda somiglianza è il Big Bang della Borsa di Londra voluto, nel 1987, da Margaret Thatcher. Da allora i mercati finanziari mondiali sono fortemente connessi, come prima della guerra; ma sono anche aperti a tutti gli investitori, come non era nel '29. La connessione e l'apertura dei mercati finanziari mondiali amplificano enormemente le tendenze, positive o negative, che vi si manifestano; come e più di prima della guerra.
La terza somiglianza è che, a partire dagli anni Ottanta, siano state dovunque abbattute le barriere che dividevano banca, finanza e industria. Queste barriere erano state erette proprio dopo la crisi del '29, in seguito all'esperienza fatta della trasmissione di fallimenti da un settore all'altro. In Italia era stato fatto con la legge bancaria del 1936, e disfatto da Amato nel 1993. Ora le differenze. La prima è la dimensione. Anche prima della guerra i mercati finanziari erano globali.
Ma erano ristretti a Stati Uniti, paesi europei, esclusa la Russia sovietica, e all'Australia. Sud-America e Asia erano nel complesso o fuori o poco importanti.
Ovviamente in giro per il mondo c'erano investimenti notevoli, ma gravitavano sui mercati finanziari metropolitani. Adesso, invece, i mercati sono enormi e diffusi in tutto il globo. Le perdite hanno, cioè, una grandissima platea su cui distribuirsi. Ciò fa sì che sia meno probabile l'innesco del meccanismo della catastrofe: diffusione della crisi dal centro alla periferia e suo rimbalzo sul centro.
La seconda differenza è che la Fed ha imparato dai suoi errori. Nel 1929, contro il parere di Keynes, operò una stretta creditizia in un momento di recessione; e fu il crollo. Come si vide già nell'87, poi nel '97, nel 2001 e oggi, la Fed è sempre intervenuta con molta energia, dando liquidità ai mercati. Ovviamente violando il principio che chi sbaglia paga. Ciò spiega le oscillazioni degli ultimi giorni. La linea di Bernanke, l'attuale presidente, è salvare il mercato nel suo insieme, ma non tutti i responsabili.
Questa politica ha, per il momento, tenuto separata la crisi finanziaria dal rallentamento globale in atto di consumi e investimenti che, dopo il '29, invece, collassarono insieme. Se, invece, la crisi finanziaria dovesse retroagire su quella reale, allora crolli di Borsa, perdite delle famiglie, cadute del reddito e dell'occupazione sarebbero ben più imponenti. Se la linea della Fed tenesse, nonostante che la Banca centrale europea aiuti poco - testimone Draghi, governatore di Bankitalia - e che i governi, europei, italiano incluso, facciano politiche economiche recessive, ci sarebbe, forse, solo una recessione, magari lunga, ma non un crollo, come nel '29. Non basta contare sulla Fed; bisognerebbe anche collaborare.
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