Enrico de Calice un diplomatico misconosciuto

Nessun luogo pubblico gli è stato dedicato tra Gorizia, Farra d’Isonzo e Šempeter 

Punti di vista



Enrico de Calice nasce a Gorizia nel 1831, da famiglia di Paularo che aveva acquistato una tenuta agricola a Farra d’Isonzo e il palazzo già dei Strassoldo oggi sede del Municipio. Dopo l’università a Vienna, nel 1859 intraprese la carriera diplomatica e fu console a Liverpool dal 1864 al 1871, poi in Siam, Cina e Giappone fino al 1874, stipulando con questi paesi i primi trattati per conto dell’Austria-Ungheria, quindi a Bucarest fino al 1876. Secondo e quindi primo capo sezione al Ministero degli Esteri a Vienna, fu ambasciatore a Costantinopoli dal 1880 al 1906, dove senz’altro conobbe l’architetto austriaco e suo concittadino Antonio Lasciac, che nel 1901 a Bebek sul Bosforo aveva completato la residenza estiva della madre del Kedivè d’Egitto. Morì a San Pietro di Gorizia nel 1912.

Nella sua biografia “Enrico de Calice, un diplomatico goriziano tra il Sol Levante e il Corno d’Oro”, Federico Vidic, anch’egli goriziano e diplomatico ad Amman, laurea al Sid e appassionato storico della diplomazia locale con studi su diplomatici goriziani come Pompeo Cornini (1629-1692) e Raimondo della Torre (1555-1623), si sofferma su un episodio cruciale che rischiava di compromettere i rapporti tra Austria e Giappone.

Nell’aprile del 1868 un fotografo austriaco, Raimund von Stillfried, riesce a carpire una immagine della sacra persona dell’imperatore, la cui vista era proibita ai sudditi che incontrandolo avrebbero dovuto distoglierne lo sguardo, figuriamoci una foto sui giornali. Malgrado le proteste di Stillfried, che rivendicando la libertà di stampa avrebbe voluto un aiuto dal rappresentante diplomatico della sua nazione per meglio vendere l’immagine, Calice ne fa sequestrare negativi e positivi affermando: «In nessun caso mi sarei fatto suo complice nell’estorcere denaro al governo giapponese».

Riguardo la figura di questo grande ambasciatore e diplomatico, cui nessuna via o piazza è mai stata dedicata a Gorizia, Farra o Šempeter, sintetizza Vidic: «Calice riuniva in sé le qualità del “gran signore” dell’ultima età asburgica. Colto, raffinato, elegante conversatore, posato e padrone di sé, sapeva guidare il proprio giudizio sugli interlocutori tra innato ottimismo ed equilibrata conoscenza delle circostanze e dei fatti alla base delle scelte degli uomini. Esercitava il suo servizio come se fosse un piacere personale prima ancora che dovere d’ufficio, dando prova di generosità e distacco di fronte alle delicate questioni di politica internazionale». —

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