ETICA MINIMA La televisione è sempre visibilità e spettacolo

Abbiamo dunque dovuto riaprire gli occhi davanti alla televisione come potente veicolo di consenso politico. I 9 milioni di telespettatori appiccicati allo schermo per il duetto Santoro-Berlusconi a “Servizio pubblico” equivalgono a una serata finale del festival di Sanremo o al match conclusivo di un campionato mondiale di calcio. Dopo giorni l’evento continua a fare notizia e se ne parla vivacemente nelle case e nelle strade per sapere chi ha vinto, come e perché, tra chi la sa lunga e chi non nasconde la sorpresa e i dubbi. Ma quasi nessuno nega che entrambi i protagonisti abbiano incassato dalla serata vantaggi vistosi, l’uno per la sua eventuale resurrezione politica, l’altro per il rilancio del proprio talk show.
Non voglio ritornare sullo specifico dell’evento mediatico né aggiungere la mia lettura di esso alle tante parole già circolate. Sottolineo solo il fatto che è bastato il clima elettorale per resuscitare un fenomeno che molti si auguravano – sbagliando – che appartenesse a un passato, sì recente ma ormai morto e sepolto. Restano, però, aperte e da valutare, le domande sull’entità del fenomeno, sulla sua natura e le sue implicazioni. Queste implicazioni oltrepassano la cronaca spicciola e bypassano la stessa contingenza politica poiché riguardano temi centrali della nostra attuale esistenza sociale e in particolare due: la visibilità e lo spettacolo.
Si può discutere se e quanto la televisione, che ancora condensa bene il dispositivo di macchine ottiche da cui siamo governati, sia uno strumento che produce una cecità diffusa oppure sia, al contrario, una formidabile lente di ingrandimento dei nostri desideri. In ogni caso, è in gioco la visibilità degli individui, magari deformata, comunque rappresentata, ed è impossibile chiudere il discorso dicendo che la visibilità non ci interessa e preferiamo stare nascosti. In realtà, vogliamo tutti apparire ed è solo retorica affermare che preferiamo stare nell’ombra in modo che nessuno ci veda, né da vicino né da lontano.
Certo la televisione, come specchio, è un surrogato opinabile e perfino detestabile. Ma sarebbe un errore, un deficit di realtà, spegnere la televisione e non rendersi conto che ciascuno di noi vorrebbe essere socialmente visibile e che la visibilità è essenziale per il nostro vivere. Ciascuno ha bisogno del proprio cono di luce, altrimenti è come se non ci fossimo. Potremmo spegnere la televisione solo se avessimo a disposizione altre potenti forme di visibilità, riconosciute e soddisfacenti, ma la nostra vita quotidiana in genere è chiusa in se stessa, opaca: basta poco per uscire definitivamente dalla scena sociale e tutti soffriamo di mancati riconoscimenti, nel lavoro e nelle relazioni inter-individuali. Senza riconoscimento non ci godiamo neppure il piacere della solitudine.
La televisione è una catturante scorciatoia (la televisione con tutti i suoi succedanei tecnologici) per soddisfare il desiderio di immagine che è sempre un desiderio di vedere e insieme di essere visti: di più, possiamo anche pensare che essa sia un colossale trucco per opera del quale il vedere (la “pulsione scopica” la chiamerebbe Lacan) è separato, scisso dall’essere visti. Tuttavia non è un caso che noi accettiamo questa illusione, cioè il trucco, e continuiamo a credere di essere anche visti dalla televisione, illudendoci che essa sia comunque un occhio che ci guarda, dentro il quale un giorno – chissà – potremmo fare capolino noi stessi.
Può esistere televisione senza spettacolo? Nessuno lo crede davvero né lo vuole, dato che la noia è forse il principale dei nostri affanni. Ci annoiamo (il non essere mai visibili è terribilmente noioso e frustrante) e perciò chiediamo qualche divertimento. Perché stigmatizzare la televisione se essa si combina con lo spettacolo? Piuttosto dovremmo dire: “C’è spettacolo e spettacolo”. Ci sono spettacoli dignitosi, perfino intelligenti, e ci sono spettacoli volgari e stupidi. Critichiamo coloro che godono di fronte a spettacoli volgari: quanto a noi, cerchiamo spettacoli intelligenti, magari ironici, magari sottili, piuttosto che le risse vorremmo colpi di fioretto, parole acute, anche acuminate, tuttavia circondate da intelligenza. L’intelligenza, che dovrebbe essere sempre rispettosa, può anche essere divertente. Tutto, ma non la noia. La politica è una cosa seria, ma quando scade nella noia non ci interessa più, e allora la spegniamo.
Guardo la televisione e non stigmatizzo il suo connubio con la politica. Tengo ben presente il desiderio di visibilità, comune a tutti, tentando di assecondare il meno possibile l’inganno che proviene dal tubo catodico. E cerco di selezionare lo spettacolo buono da quello cattivo, sapendo bene che sto mirando al divertimento intellettuale e che non può esserci televisione senza una dimensione di spettacolo. A volte quello buono e quello cattivo si mescolano nella medesima trasmissione, nonostante la conclamata “genialità” dei protagonisti, come è successo l’altra sera. E a coloro che tagliano corto dicendo che così la “realtà” viene messa drasticamente alla porta, suggerisco di ripensare un momento a quale idea di realtà stanno adoperando, forse un po’ stretta.
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