GIUSTIZIA SENZA RABBIA
Spetta al Tribunale di sorveglianza concedere o meno ai condannati i benefici previsti dalla legge. Fra questi la «semilibertà» (che significa dormire in carcere e lavorare fuori, liberi, di giorno). Se un detenuto semilibero torna a delinquere, è evidente che qualcosa non è andato per il verso giusto.
Se si tratta di persona condannata per gravi reati a pene pesanti, lo scandalo e le polemiche sono inevitabili. Sono persino doverose. E nel caso di Cristoforo Piancone si intrecciano con la comprensibile ira dei familiari delle tante vittime della violenza brigatista, cui fanno da sfondo le crescenti paure ed insicurezze che di questi tempi angosciano l’opinione pubblica.
Fortissima, in questo quadro, è la tentazione di chiudere il discorso con argomenti tipo "buttiamo via la chiave e poche storie", oppure "ma che caspita combinano questi magistrati, dove vivono?". Diventa impopolare, allora, provare anche solo a ricordare alcuni punti. E’ giusto e sacrosanto invitare i magistrati ad essere rigorosi e responsabili. Ma va anche detto che il mestiere forse più difficile al mondo è proprio quello di giudice di sorveglianza. Si tratta di stabilire se una persona già condannata (che perciò è stata certamente capace di delinquere) ha buone probabilità di non delinquere più perché la detenzione l’ha cambiata. Il giudice non può dire: troppo difficile, mi astengo. Non può perché è la legge che gli impone, lo obbliga ad assumersi il rischio di decidere.
Se non lo facesse, di fatto il giudice abrogherebbe la legge quanto meno per certe categorie di persone, che sarebbero discriminate mentre la legge (uguale per tutti) non ammette discriminazioni. Gli elementi su cui il giudice deve fondare le sue scelte (rapporti delle forze di polizia; relazioni dei gruppi di osservazione e degli psicologi esperti in "trattamento" dei detenuti; affidabilità dei riferimenti esterni, in particolare l’attività lavorativa) non sono prove scientifiche. E ciò aumenta il rischio, già intrinsecamente elevatissimo tutte le volte che si deve fare una prognosi sulla capacità di non delinquere più da parte di chi delinquente è sicuramente già stato. Se la prognosi risulta sbagliata e il soggetto torna a delinquere, si dovrà stabilire se ed in che misura vi siano state eventuali colpe di chi ha operato la diagnosi. Senza dimenticare, per altro, che per suscitare scandalo e giusti interrogativi basta un solo fatto negativo, mentre non fanno notizia i 100 o 1000 casi positivi in cui la concessione di benefici ha facilitato il "recupero" del condannato, recupero che significa meno delitti e perciò più sicurezza per la comunità.
Dunque, se proprio si vuol discutere della legge Gozzini, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca. Fissiamo paletti tassativi che - vietando i benefici - escludano, in certi casi, l’obbligo del giudice di assumere decisioni a forte rischio. Paletti che già esistono per i delitti aggravati dalla finalità di terrorismo commessi dopo la legge del 1979 che ha introdotto tale aggravante (che ovviamente non è contestabile e perciò non produce effetti per chi - come Piancone _ sia stato arrestato prima).
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