Graziano: "Dare valore alla sofferenza dei caduti"

Lo ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano oggi a Trieste in occasione delle celebrazioni per la Giornata dell'Unità d'Italia e la Giornata delle Forze Armate

A Trieste per le celebrazioni del Centenario dalla fine della Prima guerra mondiale ha partecipato anche il capo di Stato maggiore della Difesa Claudio Graziano.

Questo è il suo discorso:

"L’emozione che pervade oggi Trieste - che vivo personalmente e riconosco in ogni uomo e donna presente in questa splendida piazza, in armi e non - è la cornice che più onora il ricordo della fine della Prima Guerra Mondiale a cento anni di distanza. Non è naturalmente un caso che questa cerimonia avvenga nella città di Trieste che rappresentava per l’Italia nella Grande Guerra l’obiettivo principale da conseguire. Per raggiungere questa città, centinaia di migliaia di soldati si sono affrontati e sono caduti sulle pietraie del Carso che separano l’Isonzo dal Golfo di Trieste, fino alle pendici del Hermada, ultimo bastione che difendeva la città. Oggi tutti noi, che siamo eredi di quelle vicende, abbiamo la possibilità di ricordare e di prendere esempio dal valore di quei soldati, onorando il loro sacrificio a distanza di cento anni.

Un sacrificio fondamentale per la realizzazione dell’identità nazionale del nostro Paese e portatore di un significato di coesione che travalica i nostri stessi confini su un orizzonte più vasto, di dimensione europea. Il primo insegnamento che ci viene dalla Prima Guerra Mondiale e dai suoi esiti è che non c’è un’alternativa alla fratellanza fra Paesi che vivono la stessa cultura e che hanno maturato, sull’esperienza di secoli di guerra, la consapevolezza di dover vivere in pace ed operare in sinergia, per costruire un futuro di sicurezza condivisa. Tornando al significato del conflitto in chiave nazionale, proprio davanti a questa piazza, il 4 novembre del 1918, attraccò il Cacciatorpediniere “Audace” e ne scesero i bersaglieri, unificando così la città di Trieste all’Italia, compiendo di fatto l’Unità italiana e la fine di una guerra che aveva duramente impegnato il Paese. Una guerra lunga tre anni e mezzo di sacrificio, in particolare dopo la sconfitta di Caporetto, quando nel dramma di una ritirata si gettarono i germi della rinascita e della ricostruzione. L’Esercito ripiegato sul Piave e sulla linea del Grappa riuscì - in un vero miracolo non solo militare ma nato dalla volontà di un popolo - prima ad arrestare l’offensiva austro-tedesca e poi a riprendere l’iniziativa che avrebbe portato la vittoria.

A quel punto, “……c’era da difendere la propria terra, la propria indipendenza…Fu allora che i nostri nonni, fanti contadini, vincendo la guerra, salvarono il Paese e con il Paese noi, loro discendenti”. Nelle trincee sul Grappa e sul Piave sorse un popolo, una nazione, una nuova compagine coesa e unita, rinvigorita dall’entusiasmo e dallo slancio dei ragazzi del ’99, uomini anzitempo, entrati nel febbraio del 1918 nelle Forze armate per colmare il vuoto di sangue e di vite umane. Tra essi c’era mio nonno, contadino piemontese, che partì timoroso con l’età ma orgoglioso nel cuore per servire il Re e la Patria come soldato sul Grappa. Ripercorrendo proprio gli eventi del primo conflitto mondiale, ritengo doveroso ricordare ed onorare lo sforzo di tutta la Nazione che condusse, a distanza di un secolo, alla liberazione di questa città. Sul fronte interno si compì una vera rivoluzione industriale. La produzione bellica raggiunge un notevole incremento, nacque l’industria aeronautica.

Furono potenziate le dotazioni e l’equipaggiamento, ricostituendo in pochi mesi l’intero arsenale d’artiglieria perduto nell’ottobre-novembre 1917. Le donne, svestite dal ruolo tradizionale dell’angelo del focolare domestico, lavorarono la terra e consentirono la continuazione delle attività produttive nelle fabbriche di munizioni, nelle centrali elettriche, nei cantieri, negli uffici della pubblica amministrazione. Giusto un anno dopo Caporetto, il 24 ottobre 1918, il Regio Esercito, forte di dodici armate, con significativi contributi alleati, passò all’offensiva contro un avversario valoroso che aveva contrastato con coraggio per due anni l’eroismo dei nostri soldati in 11 battaglie sull’Isonzo e che era ancora militarmente capace, nonostante i moti centrifughi che già pervadevano l’impero austro-ungarico. Anche la Regia Marina dette un significativo contributo alla guerra, adottando una strategia di sorveglianza e vigilanza dell’Adriatico e il blocco del Canale di Otranto, nonché in supporto alle forze terrestri, a difesa della laguna veneta e della città di Venezia. Su quelle posizioni si rafforzò la straordinaria resistenza italiana con il concorso, non dimentichiamoci, del Corpo Aeronautico del Regio Esercito e dell’aviazione della Regia Marina che bombardarono le linee nemiche.

In tre giorni, le forze italiane vinsero la resistenza a loro opposta, oltrepassarono il Piave e il 30 ottobre occuparono Vittorio Veneto nell’ultima battaglia del conflitto. Il 3 novembre, Trento e Trieste furono italiane! L’armistizio di Villa Giusti pose fine a 41 mesi di ininterrotti e durissimi combattimenti. Su una popolazione che ammontava a poco più di 35 milioni di abitanti, oltre 5 milioni di uomini furono mobilitati. Il tributo di sangue pagato da quelle generazioni fu di circa 650 mila militari caduti e più di 500 mila civili e un milione tra feriti, mutilati e invalidi. Purtroppo negli anni del primo dopoguerra mancò la capacità delle nazioni belligeranti di intraprendere un percorso di vera pacificazione europea e quella fu davvero la “vittoria mancata”: non aver saputo, o purtroppo voluto, riconoscere i germi della nascita dei primi totalitarismi e dello scoppio di un nuovo conflitto di dimensione mondiale. Da questo ultimo, però, l’Europa riuscì finalmente ad emergere in una nuova dimensione, prima economica e politica, che si è avviata, nel tempo, ad abbracciare anche quella della sicurezza e della cooperazione militare.A distanza di un secolo, oggi, in questa piazza, di fronte alla cittadinanza, di fronte a voi magnifici, superbi soldati, marinai, avieri, carabinieri e finanzieri italiani, di fronte ai valorosi militari rappresentanti delle Forze armate dei Paesi amici e alleati d’Europa e degli Stati Uniti, possiamo veramente comprendere e interiorizzare l’eredità della Grande Guerra, e dare valore alle sofferenze di quei soldati che in tutta Europa e nei paesi del Levante hanno versato il sangue per la propria Patria. Patria, una parola che, per noi militari che giuriamo di servire fino all’estremo sacrificio il nostro Paese, ha certo un significato di identità nazionale e che - nell’Europa che è la madre di tutte le nostre Patrie - viene arricchito del valore della fratellanza e della cooperazione europea.

Ed è proprio salendo sulle spalle dei giganti che furono i nostri Avi, guardando al loro esempio e al loro sacrificio, che troviamo oggi la forza per la più alta e profonda riflessione sul presente e sul futuro che attende il nostro Paese. Memori di quel novembre 1918 e degli anni a seguire, di un continente militarizzato e impoverito, diviso da rancori ancestrali e soggetto a ondate di pericolosi revanscismi e nazionalismi, oggi dobbiamo affermare un’identità securitaria più ampia dei nostri stessi confini. Un’identità non più solo nazionale ma anche europea che vuole essere riferimento per quegli ideali di pace, libertà, uguaglianza e fratellanza che Paesi un tempo nemici, oggi sono pronti a difendere e salvaguardare attraverso il servizio di uomini e donne in uniforme, pronti e capaci di reagire per affrontare nuove e diversificate minacce che incombono sull’area mediterranea ed europea in una nuova dimensione di sicurezza internazionale. Con questa forza – che viene rigenerata ogni anno con la memoria di giornate come quella odierna – l’Europa non è certo lontana.

“È un percorso duro e difficile, una battaglia”, come scriveva Altiero SPINELLI “in cui è necessaria una concentrazione di pensiero e di volontà per cogliere le occasioni favorevoli quando si presentano, per affrontare le disfatte quando arrivano, per decidere di continuare quando è necessario”. Con questi sentimenti che oggi per me, ad un giorno dal termine del mio mandato da Capo di Stato Maggiore della Difesa, sono ancora più forti in questa giornata di celebrazione e di memoria nazionale, rivolgo a tutti voi, ai vostri familiari, alle persone a voi più care, i più fervidi voti augurali! Viva le Forze armate italiane! Viva l’Italia!

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