I conservatori del sindacato
La Corte dei conti ha richiamato il governo a prestare attenzione agli oneri derivanti dei rinnovi contrattuali dei pubblici dipendenti proprio nel giorno in cui il premier Romano Prodi ha tentato di disinnescare, con nuove promesse economiche, la bomba degli scioperi proclamati nei prossimi giorni. La questione è seria; insieme alla spesa sociale e a quella per il servizio del debito, gli oneri per il personale sono una delle grandi ripartizioni di quella corrente.
Vi sono addirittura settori - come la scuola - in cui gli oneri per le retribuzioni degli insegnanti e del personale amministrativo drenano la quasi totalità delle uscite. Certo, per erogare servizi è necessario disporre di funzionari che vi siano preposti. In sé, quindi la pubblica amministrazione non è un ”nemico” del cittadino e le risorse che vi sono impiegate non vanno considerate negativamente in via di principio. Le strutture pubbliche sono lo specchio del Paese e ne riflettono i profondi divari, per cui la ”qualità amministrativa” è strettamente connessa alla qualità politica, economica e civile della società italiana, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti.
E’ vero, la stabilità è un bene prezioso. Tende però a diventare un fatto negativo quando si trasforma in rendita di posizione, in inamovibilità, anche quando si abbia a che fare con veri e propri ”fannulloni”. Questi casi di ”nullafacenza” non se li è inventati Pietro Ichino, ma appartengono al comune sentire dei cittadini. E' singolare che uno studioso di vaglia come il giurista milanese sia oggetto delle attenzioni del terrorismo solo perché denuncia situazioni universalmente note e subite indicando qualche terapia per venirne a capo. Va da sé, allora, che anche i pubblici dipendenti hanno diritto di rinnovare i contratti e di percepire retribuzioni adeguate, che tengano conto della loro professionalità (una quota importante dei dipendenti della pubblica amministrazione è in possesso di un diploma di laurea).
Viene spontanea un domanda, da rivolgere prima di tutto ai sindacati. Perché i lavoratori che hanno un posto sicuro, che si avvalgono di lavoro condizioni migliori (in media un dipendente della pubblica amministrazione rimane legittimamente assente per 50 giorni l'anno se uomo, per 52 se donna), devono stare in cima ai pensieri delle confederazioni sindacali, tanto da essere divenuti ormai un loro impegno prioritario, come se gli impiegati del Catasto (absit iniuria verbis) fossero i metalmeccanici degli anni 2000? Il sindacalismo italiano non è stato in grado di rinnovare (come fece cinquant'anni or sono lasciandosi alle spalle l'economia agricola) la propria rappresentanza nel passaggio dalla società industriale a quella del terziario e dei servizi; non ha saputo cambiare il proprio ruolo nel contesto di un'organizzazione del lavoro flessibile.
Le trasformazioni lo hanno spinto all'indietro, ad asserragliarsi nel cuore della società protetta. Se si fa il conto degli iscritti alle confederazioni storiche si scopre che i tre quarti del totale dipendono dai flussi della spesa pubblica ed operano in ciò che resta dei mercati al riparo della concorrenza. Ecco perché, purtroppo, i sindacati sono divenuti dei soggetti conservatori.
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