I RISCHI DEL FRIULANO
Nei giorni del dibattito in Consiglio regionale sull'insegnamento della lingua friulana nella scuola pubblica può essere utile riandare alle premesse, affidarsi ai documenti. Si veda l'opuscolo di Raimondo Strassoldo intitolato "Friuli, la soluzione finale" (2005). Vi si legge: "la costruzione dell'artificiale Regione unitaria Friuli Venezia Giulia... «La costruzione dell'artificiale Regione Unitaria Friuli Venezia Giulia ha comportato necessariamente la destrutturazione della regione storica Friuli. Se si ritiene che il Friuli debba sopravvivere nel futuro come soggetto storico politico, come comunità organizzata, non c'è altra soluzione che spezzare la Regione».
Fino al 1963 il Friuli a nord confinava a ovest con la valle del Piave e il corso del Livenza, a est con l'Isonzo. Era il «Friuli Storico». «Al 2004 - osserva Strassoldo - la situazione è questa: tra il Livenza e il Tagliamento c'è il Pordenonese dove domina la componente venetizzata, a est c'è l'Isontino che va per conto suo. Il Friulano è ormai parlato da una piccola minoranza dell'ultima generazione». Ma - dice - l'obiettivo è un altro: il Friuli soggetto politico autonomo. Da ciò la richiesta politica di una Regione Friuli, che si rifaccia al Friuli Storico, e che includa perciò il Goriziano e il Pordenonese e preveda una Trieste a se stante «libera» (pag. 53). Troviamo riprese queste riflessioni nel documento approvato dal consiglio provinciale di Udine (16/04/2007), presidente Marzio Strassoldo.
Nella mozione di indirizzo, alla voce «Federalismo europeo e autogoverno del Friuli» continui sono i riferimenti alle esperienze europee, dalla Scozia ai Paesi Baschi. Ci si richiama a queste esperienze perché hanno visto «l'affermazione di un processo autonomistico ad iniziativa degli organismi politici collegiali preautonomisti». Qui - si dice - «il Friuli ha espresso nell'esperienza dello Stato Patriarcale di Aquileia una originale tradizione istituzionale (… ) in quel ”Parlamento della Patria del Friuli” che ha retto le sorti di questo territorio per oltre cinque secoli». L'istituzione dell'unione tra le tre Province del Friuli, e dell'Assemblea dei Consigli delle Province del Friuli - afferma la mozione - rappresenta una risposta e un decisivo passo verso l'identità e l'autonomia del Friuli stesso. Commentando tale atto il presidente Strassoldo dichiarò che esso rappresentava per il Friuli quello che per la Catalogna era stato l'atto costitutivo dell'inizio del '900. Sono, dunque, riferimenti che confermano che si persegue il proposito del Friuli «nazione». Ritroviamo le stesse idee in un libro del 1983 del prof. D'Aronco: «Friuli Regione mai nata».
Basta scorrere il sommario dei tre volumi: Fondamenti remoti e prossimi di un Friuli autonomo. «Il Friuli va ricostruito in un tutto organico, nei termini suoi etnici, storici e geografici a Regione Autonoma», eccetera. Il punto nodale è la richiesta di autonomia politica, la questione della lingua è tenuta ai margini. Oggi invece la lingua è considerata fonte dell'autonomia friulana. Si vuole fondare l'autonomia speciale sulla lingua. Ciò spiega l'insistere su coercizioni e su vincoli, in un disegno di «riconquista di un territorio etnico-linguistico perduto». Ma lo stesso R. Strassoldo, nell'opuscolo citato, sottolinea l'errore di un'operazione del genere: fondare sulla lingua la nazione è tornare al vecchio nazionalismo dell''800; e poi, aggiunge, la lingua friulana è ormai parlata da pochi e insistere sulla lingua creerebbe ulteriori divisioni tra i friulani. Conta l'autonomia politica, il resto è accademia. Dunque le pagine parlano chiaro. Sono due esigenze distinte.
Se si vuole salvare «una lingua tagliata», il lavoro va affidato agli insegnanti e all'esigenza delle singole persone, come ha ribadito il pedagogista prof. Bertagna e come anni fa mi ripeteva il grande linguista prof. Giuseppe Francescato. Dovrebbe essere questo, per me, il filo conduttore della nuova legge: così si contribuirebbe a salvare una lingua e si favorirebbero coesione e unità. Viceversa se si punta alla Regione-Friuli le conseguenze sono opposte, si emarginerebbero altre realtà della regione ed in ogni caso si dividerebbe la regione. Sono convinto invece che, oggi più che mai, bisogna perseguire un'unità regionale che raccolga ed esprima tutta la complessità del Friuli Venezia Giulia, secondo quanto hanno voluto i padri fondatori della specialità della nostra Regione, come ci ha ricordato nei giorni scorsi il costituzionalista friulano prof. Bertolissi. Credo che questa unità la vogliano gli abitanti dell'intero Friuli Venezia Giulia.
Questa legge, se dovesse conservare la - sbagliata - impronta etnica, determinerà un arretramento: dalla cultura dell'integrazione civica a quella del territorio etnico-linguistico. E si riaprirebbe, tra l'altro, nel Friuli Venezia Giulia una frattura fra una parte della popolazione e le istituzioni della Repubblica. Tornare alla vecchia cultura etnica renderebbe d'altra parte fragili le basi culturali ed ideali del Pd, lo ridurrebbe in una condizione permanentemente minoritaria, indebolirebbe Illy e Intesa democratica. In ogni caso mescolare i due piani, quello linguistico e quello politico, fa solo confusione e indebolisce sia il ragionamento sulla lingua, sia quello sulla specialità. Va dunque superato un equivoco di fondo che ha accompagnato le discussioni di questi mesi: la connessione tra la richiesta di autonomia politica e l'esigenza di salvare, com'è giusto, una lingua.
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